Il primo passo verso Israele

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Il 30 gennaio del 1933 Adolf Hitler veniva nominato cancelliere del reich dal presidente Hindenburg e l’ombra della svastica cominciava ad oscurare la tranquillità di undici milioni di ebrei europei. I paesi europei chiusero le loro frontiere e per i profughi israeliti che fuggivano dalla Germania il rifugio più realistico era la Palestina. Negli anni precedenti, la terra santa aveva dato il maggior contributo nel salvataggio dei rifugiati ed aveva accolto il più alto numero di profughi rispetto a qualsiasi altro Paese. L’immigrazione in Palestina aveva raggiunto punte record nel 1935, quando vi arrivarono 61.000 ebrei.

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Permettere l’insediamento nella regione ad un elevato numero di ebrei, aumentando considerevolmente la loro presenza nella zona, voleva dire fare un decisivo passo verso la creazione del futuro Stato ebraico. Tutto ciò era chiaro alla Gran Bretagna, potenza mandataria in Palestina e altrettanto evidente per il Dipartimento di Stato americano e per il presidente Franklin Delano Roosevelt. Nel 1938, la Gran Bretagna stava decisamente puntando ad un radicale cambiamento della sua politica nel vicino Oriente. Le ribellioni nella terra santa che erano cominciate nell’aprile del 1936, in seguito all’aumentata presenza israelita, aveva determinato in quasi tutti gli Stati arabi decise azioni di sostegno nei confronti del nazionalsocialismo palestinese. Era importante per la Gran Bretagna riconquistare la fiducia e l’amicizia araba, necessarie per ristabilire l’ordine e per continuare a mantenere la propria posizione d’influenza nella regione.

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In Europa la situazione non prometteva niente di buono. A causa del crescente potere del terzo reich rimaneva vitale, per la Gran Bretagna, mantenere buoni rapporti con l’Egitto e la Palestina, nonché conservare il controllo sul Mar Rosso. Il risultato fu un allontanamento dalle sue precedenti posizioni, severe restrizioni sull’immigrazione ebraica e sulla vendita di nuove terre all’Agenzia Ebraica. Si può dire che in quegli anni, gli Stati Uniti appoggiarono pienamente le iniziative prese dagli inglesi nella regione. La regione era ritenuta, per il momento, fuori dagli interessi vitali statunitensi. Era ferma l’intenzione della Reale Commissione per la Palestina di ridurre per i futuri cinque anni ad un massimo di 12.000 le unità all’anno di immigrati nella regione. Nonostante l’amministrazione inglese limitasse l’accesso ebraico, la tensione in Palestina cominciò a degenerare, conducendo la regione verso la guerra civile. Di fronte alla crisi, il governo mandatario continuò a proporre il vecchio piano di spartizione. Malgrado le difficoltà della politica inglese, gli Stati Uniti continuavano a vedere nella Gran Bretagna il Paese chiave nello scacchiere del Vicino Oriente.

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Di fronte alle pressioni dell’opinione pubblica, il Dipartimento di Stato organizzava conferenze stampa nelle quali si dichiarava la più viva simpatia per lo sviluppo dell’ideale nazionale ebraico in Palestina. Negli Stati Uniti il cambiamento della politica inglese verso il sionismo aveva causato, in buona parte dell’opinione pubblica americana, una decisa protesta. Gli americani appoggiavano però l’idea dei sionisti di salvare i profughi attraverso la Palestina e per lo sviluppo dell’ideale nazionale ebraico in Palestina. Intanto, il governo britannico annunciò il definitivo abbandono del piano di spartizione e la proposta per una conferenza tripartita, da tenersi a Londra. Si sarebbe anche discussa l’importante questione dell’immigrazione in Palestina. La popolazione araba voleva la cessazione totale dell’immigrazione ebraica e questi ultimi misero subito in chiaro che l’appoggio degli Stati Uniti poteva mettere in cattiva luce il governo americano e l’alto prestigio di questi nel Vicino Oriente, e oltretutto compromettere i benefici materiali posseduti dallo stesso governo nell’area. Essi non avevano dubbi sull’insuccesso della Conferenza di Londra, in quanto vi erano incongruenze tra gli arabi e il movimento sionista. Inoltre, gli arabi volevano la cessazione dell’immigrazione ebraica in Palestina, il ritiro della dichiarazione di Balfour e la garanzia per uno stato ebraico indipendente nella regione.

Laura Oppo

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