Il Paese democratico che negò il voto alle donne: il caso svizzero

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Soltanto nel 1971, la Svizzera, concedeva il suffragio femminile; il lungo e difficile cammino delle donne svizzere prima di veder riconosciuto questo diritto, che arrivò cinquantaquattro anni dopo la Germania e venticinque dopo l’Italia.

La strada delle donne svizzere verso il diritto di voto è stata lunga, lenta, piena di fallimenti e delusioni. Il suffragio femminile in Svizzera arriva nel 1971, ben cinquantaquattro anni dopo la Germania e venticinque dopo l’Italia. Un percorso pieno di ostacoli. Primo fra tutti lo spirito fortemente conservatore del Paese, seguìto da uno scarso interesse maschile nei confronti dei diritti femminili. Non fu, di certo, a causa del disinteresse da parte delle donne, tutt’altro. Ma, fin dalla prima richiesta nel lontano 1868, la questione fu sempre ricevuta con freddezza e noncuranza, fino a che non ci fu il bisogno di risolvere faccende urgenti; allora lì sì, la trattativa poteva avere importanza. La costituzione del 1848, all’origine della Svizzera moderna, proclama il diritto di uguaglianza di tutti gli esseri umani (in tedesco si chiamano Menschen) ma non include esplicitamente le donne in questa uguaglianza; questo sottile distinguo segnerà la sorte politica delle donne svizzere fino al 1991.

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I movimenti continentali delle suffragette non avevano lasciato indenni anche le donne zurighesi e appunto nel 1868, con l’occasione della revisione della Costituzione Cantonale, le prime pioniere del diritto al voto, grazie all’aiuto della suffragetta Marie Goegg-Pouchoulin, lo richiesero a grande voce. Seppur respinto, queste donne lavoratrici decisero di fondare il sindacato Schweizerischer Arbeiterinnenverband, grazie al quale chiesero formalmente il diritto al voto nel 1893. L’attenzione venne data anche dai giornali dell’epoca, come il «Zürcher Post», il quale pubblicò più di un articolo scritto da suffragette. Così come nel resto dell’Europa, anche in Svizzera da quel momento cominciarono a nascere i primi movimenti e le prime associazioni femminili per poter arrivare al suffragio universale, unendosi nella compatta Associazione svizzera per il suffragio femminile. Come al solito, quando si risveglia un fremito di richieste, i partiti decisero se dare o meno un endorsement ufficiale. Pertanto è nel 1904 che il Partito Socialista inserisce il suffragio femminile nel proprio programma elettorale, facendone un’arma a favore dei lavoratori contro lo sfruttamento del capitalismo.

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Così, sullo slancio dei movimenti europei, anche il PS prese carico di questo movimento, chiedendolo più e più volte in varie città svizzere, ma sempre con esito negativo. La questione arrivò anche nel Consiglio Nazionale nella forma di due mozioni ed è qui che scomparve, letteralmente parlando. In Svizzera, infatti, sopra al Consiglio Nazionale, sta il Consiglio Federale: le due Camere trasformano queste due mozioni in inezie, facendole finire sotto una pila polverosa di carte che il Consiglio Federale deve sbrigare prima di occuparsene. Ed è così che arrivano gli anni Trenta, gli anni della patria. Poco prima della guerra si rivalutavano i valori più conservatori e tradizionali, rimettendo la donna in cucina e relegando la questione dei diritti nello scalino più basso della lista delle priorità nella società svizzera. Ma è durante gli anni della guerra che le associazioni femministe si fanno più aggressive e cominciano a chiedere le riforme. Nel 1940, a Ginevra, si indice un nuovo referendum e, sull’onda dell’entusiasmo del dopoguerra, si indicono nuove votazioni in moltissime città seppur sempre con esito negativo. Il Consiglio Federale, probabilmente sfibrato da queste votazioni, giudicò come “prematura” una votazione federale sul suffragio femminile viste le numerose sconfitte nei cantoni.

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Fu il ‘57 l’anno della svolta che arrivava da Basilea città. È questa, infatti, la prima città a permettere alle tre corporazioni borghesi di introdurre il suffragio femminile. Nello stesso anno comparve all’orizzonte la grande opportunità per le donne svizzere. Nello stesso anno, il Consiglio Federale stava per varare una nuova politica di difesa che prevedeva una sorta di leva obbligatoria anche per le donne. “Perché”, fecero notare le associazioni femminili di tutti i cantoni, “dovremmo avere tutti questi doveri senza neppure un diritto?”. Il Consiglio Federale non poteva permettersi che il nuovo disegno di legge sulla protezione civile fosse fermato per una questione simile, dato che lo smacco sarebbe stato totale. Pertanto, decise di varare un primo progetto di legge per il suffragio femminile, approvato dalle Camere ma respinto totalmente in votazione. E, a respingerlo fermamente, fu il Partito dei contadini, artigiani e borghesi.

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Eppure, sebbene fosse stato respinto dalla votazione federale, i cantoni cominciarono ad accettarlo. I cantoni di Neuchâtel, Vaud e Ginevra furono i primi a concedere il diritto al voto alle donne in materia cantonale (il che vuol dire che poterono votare nelle città e nei cantoni, ma non per leggi che riguardavano la Federazione). Arriva quindi il 1968 e la Svizzera si apprestava a firmare la Convenzione europea sui diritti dell’uomo; un Paese che non aveva ancóra concesso il diritto di voto alle donne stava per firmare una convezione sui diritti dell’uomo. Ma i tempi erano diversi e la popolazione svizzera era cambiata. Le associazioni femminili rimettevano il suffragio sul piatto della bilancia in cambio del loro voto: e quali partiti, nel ’68, avrebbero voluto rinunciare a dei voti?

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Il 7 febbraio del 1971 i cittadini svizzeri approvavano il voto femminile e presto tutti i cantoni e i comuni adottarono il suffragio delle donne. Le prime elezioni dell’autunno del 1971 non videro solamente delle elettrici donne, ma anche delle elette: dieci consigliere nazionali e una consigliera agli Stati. Tuttavia, non tutti i comuni adottarono subito il suffragio femminile: ad Appenzello Interno, le donne non poterono votare fino al 1991 e ci vorrà una risoluzione federale, quella del Tribunale nella causa Theresa Rohner e consorte contro Appenzello Interno per obbligare i maschi svizzeri a dare il voto alle donne. La Svizzera avrà, però, nel 1991, una presidente donna, Josi Meier. La neopresidente del Consiglio degli Stati che dichiarò: “Soltanto oggi capisco veramente quegli uomini che all’inizio della mia carriera mi dicevano che il posto della donna è tra le mura di casa. Avevano ragione: le donne devono stare tra le mura della casa comunale, della casa del Cantone e del Palazzo federale”.

Alessandra Busanel

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