Gli internamenti facili in Unione Sovietica

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Dagli archivi dei tribunali sovietici, alcuni casi nei quali la polizia di Stalin attuò, come accadde spesso nelle altre dittature della Storia, degli arresti per futili motivi.

Nell’inverno del 1938, nella fredda Unione Sovietica, un impiegato, tale Nikolaj Kamenev, fu incaricato di abbellire la sala lettura del suo stabilimento. Andò ad acquistare dei ritratti, e il commesso del negozio gli offrì dei dipinti con Stalin e Kalinin. L’impiegato li rifiutò ridendo: “Di queste teste ne ho abbastanza, datemi qualcos’altro”. Fu subito arrestato per agitazione controrivoluzionaria, con la pericolosa accusa di gettare discredito sui capi del partito. Condotto davanti a un tribunale speciale, fu condannato a sei anni di internamento.

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Qualche giorno più tardi, nella mensa di una fabbrica che produceva materiale agricolo, venne servito del salame per parecchi giorni di seguito. Un operaio, scherzando, domandò se gli sarebbe toccato “mangiare tutta la cavalleria di Budenny”, riferendosi al generale che durante la Guerra civile russa si era distinto per la sua abilità nel guidare la temuta Konarmija, la grande armata composta da soldati che combattevano a cavallo. Fu accusato di agitazione antisovietica e mandato in un campo di concentramento. Lì, a Orenburg, furono deportati comunisti che ebbero, in passato, opinioni dissidenti o ai quali furono attribuite tali opinioni, ma che, nella maggior parte, fecero completamente atto di pentimento. Molti degli internati si riunirono il 7 novembre 1935, per celebrare la rivoluzione d’ottobre. L’operaio metallurgico Alexis Santalov, di Leningrado, prese la parola e, nella foga del discorso, osò definire i loro rappresentanti russi come dei “bricconi burocratici”. Denunciato da un confidente, fu condannato a cinque anni di internamento. L’operaio tipografo Ivanov e sua moglie, invece, per avevano udito il discorso di Santalov senza denunciarlo alle autorità, furono condannati a tre anni.

Vittorio Scacco

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