La sconfitta della borghesia nella Cina di Mao

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Le origini della Cina comunista.

Nel 1949 la borghesia affaristica rappresentava la forza sociale dominante nella grandi città costiere, infatti fin dal 1947 molti capitalisti, spaventati dai comunisti, avevano preferito trasferito le proprie ricchezze a Hong Kong e Taiwan. Alcuni imprenditori, tuttavia, scelsero di restare e aderire al partito, e grazie alle loro competenze divennero fondamentali, soprattutto nei primi anni, per la direzione delle imprese, di cui i nuovi dirigenti non conoscevano il funzionamento. Promulgato nel settembre del 1949, il Programma comune divise i capitalisti cinesi in due categorie: i capitalisti “burocrati”, collaborazionisti compromessi con il Guomindang e i giapponesi, e i capitalisti “nazionalisti patrioti”, etichettati come buoni ed incoraggiati ad assumere il controllo delle proprie imprese e a svilupparne di nuove. Questa “catalogazione sociale”, alla quale si dedicò il governo, ebbe lo scopo di identificare con chiarezza amici e nemici, così da determinare il comportamento del governo verso gli uni e gli altri. Grazie a questi provvedimenti, e con la fine della guerra civile e il ritorno a una certa stabilità economica e sociale, si sviluppò il mercato interno e crebbe l’attività del settore privato.

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Il numero delle imprese industriali private cinesi passò da 123.000 nel 1949 a 147.000 nel 1951, ma nello stesso periodo il controllo dello Stato si estese sulle imprese attraverso il prelievo fiscale, assegnazioni di materie prime, lavoro a cottimo e ordinazione di prodotti finiti. Inoltre, il rapido sviluppo del settore pubblico fece perdere importanza e lavoro alle imprese private, nonostante la loro continua crescita infatti nel 1951 il loro contributo al valore globale della produzione industriale fu solamente del 50%, contro il 63,3% nel 1949. Con l’assestarsi della situazione economica gli imprenditori iniziarono ad accettare sempre più mal volentieri gli interventi dello Stato nei loro affari, opponendo spesso una resistenza occulta: sabotaggio degli ordinativi ufficiali, pratica su larga scala della frode fiscale, storno per altre produzioni delle materie prime assegnate dallo Stato e corruzione dei quadri e dei sindacalisti. Fra questi contrattacchi fu proprio l’ultimo a preoccupare particolarmente il governo. La corruzione dei quadri si sviluppò facilmente infatti, facilitata sia dalla presenza nelle amministrazioni municipali dei grandi centri di numerosi funzionari del vecchio regime, che dall’utilizzo secolari da parte degli uomini d’affari cinesi della corruzione come una strategia d’impresa.

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Rapida e violenta la risposta del Partito comunista non si fece attendere. In breve tempo la campagna di rettifica lanciata nell’agosto del 1951 contro i quadri del Partito, colpevoli di corruzione e sperpero, fu orientata verso i capitalisti, accusati di incoraggiare e provocare il cattivo comportamento dei funzionari; nel dicembre 1951 ebbe inizio la campagna dei “Cinque contro”. I capi delle imprese furono invitati a fare autocritica e a confessare le frodi, le ruberie e i sabotaggi e costretti, chiusi negli uffici, a scrivere e riscrivere le loro confessioni. Col passare del tempo la campagna diventò più violenta, squadre di lavoro costituite da membri del partito furono inviate nelle imprese e gli scontri fisici con i capitalisti si moltiplicarono; la pressione aumentò a tal punto che un certo numero di padroni scelse di suicidarsi. La borghesia uscì fisicamente spezzata da questa campagna, che mise fine al ruolo economico dominante da essa esercitato e le tolse ogni prestigio sociale ogni influenza politica. 450.000 imprese private furono sottoposte a inchiesta, i capitalisti giudicati colpevoli furono condannati a pagare enormi somme di denaro, che spesso nemmeno possedevano, e a rivolgersi alle banche ufficiali per ottenere prestiti, perdendo in questo modo il controllo finanziario dei propri affari e ogni potere di gestione. Da questo momento in poi la borghesia divenne incapace di opporre qualsivoglia resistenza alle iniziative governative, non opponendosi nemmeno alla fine del 1955, quando il Pcc decise di procedere alla nazionalizzazione delle imprese industriali e commerciali.

Alberta Casula

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