Gli albori del Sessantotto: lo scandalo de «La Zanzara»

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All’origine della rottura tra la vecchia generazione preda di una concezione sociale ottocentesca e quella nuova, figlia del benessere, disincantata e colta.

“L‘autorità è sempre degradante: degrada sia coloro che la esercitano, sia coloro che la subiscono”. Con questa frase di Oscar Wilde si può ben riassumere quello che accadde a Milano il 14 Febbraio 1966. La tranquillità della borghesia meneghina venne turbata da un evento accaduto tra le aule del Liceo Classico Giuseppe Parini. Nel terzo numero de «La Zanzara», il periodico studentesco del Parini, fu pubblicato un articolo intitolato “Qual è la posizione della donna nella società italiana?”. Si trattava di un’inchiesta vera e propria, dove vennero intervistate nove studentesse del Liceo su temi quali la famiglia, il lavoro, la religione ed il sesso.

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Le risposte delle ragazze stupirono gli stessi intervistatori, in quanto non si mostrarono assolutamente in linea con la morale comune dell’epoca. Emerse che le adolescenti non accettavano più nessuna forma di subordinazione nei confronti dei genitori, verso i quali volevano risultare degli interlocutori alla pari ed in grado di poter vivere le proprie esperienze. Soprattutto sul campo religioso ed in quello della sessualità le risposte rivelarono l’esistenza di una enorme spaccatura tra la concezione del mondo degli adulti e quella delle ragazze. “La religione in campo sessuale è apportatrice di complessi di colpa”, disse una di loro. Le ragazze auspicavano l’introduzione dell’educazione sessuale nelle scuole, con lo scopo di permettere ai ragazzi di poter prendere coscienza di tematiche allora tabù come i contraccettivi, i rapporti prematrimoniali e le gravidanze indesiderate. In un contesto come quello di cinquant’anni fa, simili dichiarazioni non potevano che avere un effetto esplosivo.

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Ma che Italia era quella del 1966? Il tanto decantato “Bel Paese” proveniva da un decennio di grandi mutamenti economici che prese il nome di “miracolo economico”. L’Italia del dopoguerra, sconfitta ed umiliata, nel giro di pochi anni si era trasformata da Paese agricolo a Paese industrializzato. Nel 1961, infatti, il 40,4 percento della forza lavoro risultava ormai impiegata nel settore secondario, rispetto al 32,1 del 1951. Tuttavia, l’incredibile espansione economica aveva comportato un’inarrestabile serie di mutamenti sociali che né le istituzioni né le leggi riuscirono immediatamente ad inquadrare. L’aumento della scolarizzazione, la diffusione di idee di matrice più laica e progressista avevano cominciato a mettere in discussione un intero sistema di credenze che vedeva nella famiglia tradizionale uno dei suoi pilastri fondamentali. Tutto questo sarebbe emerso con più forza dal “Sessantotto”, quando ormai divenne palese una rottura totale di tipo generazionale.

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Ciò che avvenne nei giorni successivi all’uscita dell’articolo è così riassumibile: si scatenò un violento putiferio in grado di varcare i cancelli della scuola, e finì per approdare nelle aule dei tribunali. L’Italia, da sempre un Paese amante delle polemiche, colse anche allora l’occasione di far udire il suo vivace vociare: intellettuali, giuristi, parlamentari, riviste letterarie pedagogiche, teologiche, operai, opinionisti dell’ultima ora, vollero dare la loro personale sentenza sull’accaduto. La situazione, pian piano, si esasperò e si giunse a mettere nella gogna gli autori di quell’articolo, usando epiteti come “depravati” e “corruttori dei costumi”. Con orrore, la società italiana di allora, avvertì che si stava giungendo ad un punto di rottura tra la generazione adulta, ancora preda di una concezione ottocentesca che relegava la donna al puro ruolo di “angelo del focolare”, e la generazione “nuova”, cresciuta nel dopoguerra, più disincantata e colta, e perciò incline alla messa in discussione di qualunque tradizione.

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Marco de Poli, Claudia Beltramo Ceppi e Marco Sassano, rispettivamente il direttore, la redattrice ed il collaboratore, tutti e tre ottimi studenti e tutti e tre minorenni all’epoca dei fatti, vennero invitati a presentarsi nello studio del Procuratore della Repubblica Pasquale Carcasio, il 16 Marzo dello stesso anno. Carcasio pensò bene di rispolverare una vecchia circolare del periodo fascista (la n. 2326 del 21 settembre 1933), per sottoporre i ragazzi (tranne la Beltramo Ceppi, che si oppose) ad un singolare interrogatorio dal sapore lombrosiano. De Poli e Sassano, considerati ormai alla stregua di reietti, furono fatti spogliare con lo scopo di verificare la presenza di tare fisiche e psicologiche atte a comprovare una natura criminale. Marco De Poli e Marco Sassano, a turno, presenziarono nudi davanti al Procuratore che con malcelata ironia poneva loro domande quali: “Dato che scrivi queste cose, certo sei abituato a frequentare prostitute. Vero?”. O, ancora: “I tuoi genitori hanno mai avuto malattie veneree?”. De Poli, Sassano e Beltramo Ceppi vennero denunciati ai sensi dell’art. 528 del Codice Penale (riguardante la circolazione di materiali osceni).

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Avviliti, i ragazzi si rivolsero ai loro avvocati. Da quel momento finirono nell’occhio del ciclone anche i metodi d’indagine del Procuratore Carcasio, descritti come “borbonici” e definiti pericolosamente antidemocratici. La condotta del Procuratore venne giudicata così scandalosa da scuotere persino una parte della magistratura. Si cominciò a temere che il processo contro «La Zanzara» altro non fosse che un tentativo di imbavagliare ai giornali studenteschi, agitando lo spauracchio delle conseguenze penali. Spinti da un’indignazione sempre più crescente, gli studenti milanesi, i professori, giornalisti, intellettuali come Umberto Eco, ruppero ogni indugio e si diedero appuntamento il 23 Marzo del 1966 a Porta Venezia, per manifestare a favore della libertà di espressione. In questo eterogeneo gruppo risuonarono le parole di Enzo Biagi: “In questo Paese devastato dagli elefanti è singolare che ci si trovi tutti qui riuniti per il ronzio di una zanzara. Da questa piccola inchiesta di giornalisti in erba è nato un caso che riguarda tutto il Paese, il Governo, la Magistratura, la pubblica opinione. Si può non condividere le idee a volte troppo disinvolte o puerilmente ciniche delle ragazze intervistate, ma non si può non ammirare la loro sincerità”. Il 2 Aprile si giunse finalmente all’epilogo della vicenda con la sentenza pronunciata dal presidente Luigi Bianchi D’Espinosa assolse i tre imputati dalle accuse di stampa oscena e corruzione di minorenni.

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Cinquantuno anni dopo, i fatti raccontati si presentano ormai lontani e sbiaditi. Eppure essi rappresentarono il primo embrione di un movimento studentesco. Di certo due visioni dell’educazione scolastica si diedero battaglia: da una parte quella autoritaria e nozionistica, e dall’altra quella critica e paritaria. Forse tutto nacque proprio lì, tra le aule del liceo Parini. La storia può nascere dall’episodio più banale, ed il Sessantotto forse nacque dalla puntura di una Zanzara.

Stefano Carta

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