Vittorio Bersezio e la Torino dell’unità d’Italia

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Il 17 marzo 1861, giorno dell’unità d’Italia, il giornalista Vittorio Bersezio si trovava a Torino e descrisse i primi problemi che sorsero tra i nuovi italiani del regno; uno tra tutti, la diversa lingua.

Il 17 marzo 1861, a Torino, veniva proclamato il Regno d’Italia; un unico articolo celebrava la consacrazione di Vittorio Emanuele: “Il re Vittorio Emanuele II assume per sé e i suoi successori il titolo di re d’Italia”. Il giornalista Vittorio Bersezio, che tra il 1878 e il 1895 scriverà la monumentale opera storica Il Regno di Vittorio Emanuele II, in quei giorni raccontò, per la «Gazzetta di Torino», i fatti e gli umori che la capitale piemontese stava vivendo.

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“Torino, nella storia delle sue feste, ebbe già a contare di gran folle per le linee rette delle sue belle contrade, ma non avvenne mai che tanta ne accogliesse, quanta fu quella che lunedì scorso fece siepe plaudendo al passaggio del re d’Italia dal palazzo reale alla Camera dei deputati, e che la sera stette ammirata col naso per aria innanzi alle fiammelle di gaz ed ai zampilli dell’acqua di piazza Castello”. In quei giorni Torino fu invasa da monarchici, giornalisti e semplici curiosi: “Che tutti gli alberghi, le locande, le osterie fossero pieni e ripieni, non è nemmeno da dirsi, ma oltre tutta questa quantità di forestieri che avevano avuto la fortuna di trovare un ricovero alle loro notti, c’era sullo spazzo delle vie un fiume lento scorrente di sventurati senz’alloggio, che giorno e notte invadeva le botteghe dei caffè, dei trattori, dei liquoristi. Per due notti, sopra agli scanni di codeste botteghe, si videro accasciate delle famiglie intiere, la moglie col capo appoggiato alle spalle del marito, i figliuoli in grembo alla madre a sonnecchiare un pochino sotto la protezione d’un’acqua rossa o d’una bottiglia di birra consumata per compenso del ricevuto asilo dalle ospitali sale del caffettiere”.

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In tanti, in troppi giunsero a Torino per partecipare attivamente al grande evento storico e la città faticava ad accogliere tutti quegli incuriositi ed entusiasti ospiti: “Il teatro Rossini accortamente aprì le sue soglie a questi diseredati di letto, al diletto d’un ballo senza maschere, per pretesto a posare il capo contro l’angolo d’una parete in un seggio di galleria. Sotto le volte dei portici suonavano le più diverse pronunce di dialetti italiani che cercavano intonarsi nella comune favella; il piemontese ramolliva le sue aspre consonanti a salutare in toscano i suoi fratelli di tutta Italia, e ci riusciva, ma non a perfezione”.

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Gli italiani, i settentrionali e i meridionali s’incontravano, si mettevano a confronto per la prima volta. La prima diversità si mostrò subito. Era la lingua: “Che a costituire la nazionalità d’un Paese sia elemento primissimo la lingua; che sia dovere strettissimo d’ogni cittadino il sapere per bene la patria favella; che sia più grazioso, più soave, più garbato il parlar toscano del nostro rozzo e mozzicato volgare, credo siamo tutti d’accordo nel confessarlo. Come va allora che con tanta – non dirò ripugnanza – ma lentezza, si va spandendo l’uso della lingua in questa brava città, italianissima di cuore e di propositi fra quante siano città in Italia? Come va che a quest’ora almeno le classi colte non abbiano l’italiano famigliare sulle labbra come espressione usuale e naturale del loro pensiero? E, se l’ho da dire, in codesto le classi ci hanno più colpa che non le inferiori; le quali su per questa strada hanno fatto relativamente molto maggior progresso”.

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I primi problemi sull’istruzione delle classi più povere venne subito a galla: “A questo povero popolo, per lo passato, chi è che ha mai insegnato la lingua della sua nazione? Ed ancora oggidì, come e dove può egli impararla del tutto? Eppure, vedete com’esso s’industria, con immensi sforzi di mente, a tradurre in quella il suo volgare, appena da un’inflessione di voce, da una desinenza di parola può capire che chi gli parla non è nato nelle provincie piemontesi! Prima del quarantotto, parlando in lingua per le strade di Torino, era poco diverso che se parlaste inglese. Vi comprendevano dalle smorfie della faccia accompagnate da una mimica adattata, e vi rispondevano inalterabilmente nel più oscuro toscano di borgo Dora. Oggidì per contro, entrate in qualche fondaco, interrogate qualcuno qualunque porta gerle sulle cantonate, e al vostro italiano udrete ribattere con un coraggioso tentativo di lingua, nel quale la buona volontà farà perdonare le offese al vocabolario ed alla grammatica. Invece in una società a garbo, dove saranno raccolti parecchi vagheggini e signore eleganti, vi potrà accadere, e non tanto di rado, che ai vostri discorsi fatti in lingua o si risponda con un impacciato silenzio, o si dialoghi poco urbanamente colle fiorite frasi del più pretto gergaccio, che facciano sganasciar dalle risa la vanità municipale del pubblico che trova un grande uomo il capocomico Toselli”.

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Sorgevano già i difetti di una nuova borghesia agiata ma ignorante: “Che vergogna! Un elegante giovinotto in guanti color di cenere che non sa avvolgere la squisitezza d’un complimento in una frase tollerabile di buona lingua! Un uomo grave, versato negli affari, che non vale a discorrere di strade ferrate, di borsa e di politica che nell’elegante linguaggio di piazza dell’Erbe! Una leggiadra signorina che legge il romanzo nuovo di Francia e il parigino delle mode, e non sa cinguettare di nastri, di stoffe, di vesti e di fogge in quella melodiosa favella che fa tanto seducenti le spiritose abitatrici delle rive dell’Arno! E gli è le signore appunto ch’io codesto sconcio voglio rendere più in colpa d’ogni altro; poiché sono persuaso che in loro sta il mezzo sicuro di farlo cessare, e le vedo ostinarsi con grandissimo torto nell’inerzia di non volerlo adoperare”.

Stella Bianca

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