La cocaina di Gabriele D’Annunzio

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Il Vate aveva iniziato la sua esperienza con la droga negli anni di Fiume, alla ricerca di nuove stimolazioni artificiali da assumere prima delle grandi orge.

Il dodici settembre 1919, seguito da giovani sensibili al richiamo dell’ardimento patriottico, D’annunzio si trovava alle porte di Fiume. In un teatralissimo gesto tipico della sua personalità, aprì il pastrano, mostrando la medaglia d’oro e proclamando: “Lei non ha che a far tirare su di me, Generale!”; ma il generale Pittaluga, che difendeva la città, rispose abbracciando il poeta ed entrando con lui a Fiume. Il poeta assunse così il governo della città. D’Annunzio aveva iniziato la sua esperienza con la droga proprio negli anni di Fiume, alla ricerca di nuove stimolazioni artificiali; con il tempo la cocaina era diventata il suo ”piatto freddo” preferito, quello che divorava prima delle orge a testimonianza che i due vizi, il sesso e la droga, per il poeta, non esistevano se non nel rapporto di reciprocità. L’archivio privato del Vate fornisce conferme in questo senso. In un appunto autografo risalente agli anni 1930-32,  il poeta definisce l’orgia come ”possibile follia, gioco di tensioni estreme, potere inaudito di percepire le distinzioni fra le cose”.

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Un altro appunto datato cinque ottobre 1933, scritto all’età di 70 anni, sottolinea la capacità della cocaina di stimolare ogni appetito. ”Dopo ventiquattr’ore di orgia possente e perversa”, lo scrittore confessa di avere ancora desiderio di eccitazione: ”Vado subito a cercare, nel risveglio, il ‘piatto freddo’ nel corridoio buio. Mangio avidamente -non come un principe ma come un minatore- prendo le fette con le belle dita. O sapori della giovinezza!”. Anche le sue amanti devono farne uso, talvolta obbligate contro la propria volontà. La giovane Angèle, tra le tante sedotte e poi abbandonate negli anni del Vittoriale, in un biglietto pieno di rabbia per il trattamento riservatogli, scrive: ”Il solo male è stato pendere la cocaina, ma voi mi costringevate”.

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La ricerca del piacere estremo lo porta così a sperimentare nuovi modi per andare oltre, di passare il limite, mai sazio o soddisfatto. Nel suo diario annota l’uso di una droga sciamanico-indiana, il peyote. Gabriele non riusciva a prospettare un se stesso diminuito di quella esistenza con cui si era identificato. Spiega così, nel Libro Segreto, il suo taedium vitae: “la necessità di sottrarmi al fastidio, che oggi è quasi l’orrore, d’essere stato e di essere Gabriele D’Annunzio, legato all’esistenza dell’uomo e dell’artista e dell’eroe Gabriele D’Annunzio, avvinto al passato e costretto al futuro di essa esistenza: a certe parole dette, a certe pagine incise, a certi atti dichiarati e compiuti: erotica heroica”.

Veronica Iorio

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D'Annunzio

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