L’Italia in bici: il Giro raccontato dall’epurato Montanelli

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Nel dopoguerra una commissione doveva valutare quali giornalisti avevano avuto una certa responsabilità nell’ormai defunto ventennio fascista; e, tra questi, ci fu Indro Montanelli, il quale, dal ’47 al ’48, venne mandato dal Corriere della Sera a seguire il Giro d’Italia.

L’Italia del dopoguerra, liberata e riunificata, si trovava ad affrontare le incognite di un difficile futuro e a fare i conti con un drammatico passato che tutti volevano dimenticare. Il fascismo, il conflitto mondiale e la conseguente sconfitta non furono faccende facili da superare e la loro eco dividerà in due grandi blocchi il disilluso popolo italiano. Nel referendum del 2 giugno 1946 gli italiani scelsero la Repubblica, ma le rivendicazioni dei monarchici, che accusavano i vincitori di brogli, fecero piombare il Paese in un clima di profonda tensione. La vita politica scorgeva due strade molto differenti tra loro: da una parte la Democrazia cristiana, vicina agli Stati Uniti e al capitalismo; dall’altra i comunisti di Togliatti, affascinati dal mito di Stalin e dell’Unione Sovietica. Mentre si tentava di tenere unite tutte le tessere di questo complicato mosaico, una speciale commissione aveva il compito di valutare i giornalisti che si erano compromessi col passato regime. Tra questi, nonostante fu avversato dal fascismo, incarcerato a San Vittore e condannato a morte, vi fu anche Indro Montanelli.

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“Per fortuna il presidente della commissione che doveva epurare i giornalisti era Mario Melloni, il futuro Fortebraccio. Siccome era un galantuomo, alla fine non epurò nessuno, o quasi” scriverà Montanelli. “Io fui uno dei pochi mandati in purgatorio, assieme a Piovene”. Col Corriere, giornale che lo accolse dieci anni prima, gli accordi erano chiari: il trentottenne di Fucecchio poteva scrivere, ma non di politica. Tuttavia in quell’Italia dominata dal caos e dall’incertezza non fu difficile aggirare l’ostacolo, e al giovane Montanelli fu affidata la cronaca del Giro d’Italia. E quell’esilio forzato, che lo portò nel repubblicano Nord e nel monarchico Sud, gli diede la possibilità di raccontare la vita quotidiana, dove lo sport e la politica si intrecciavano e il Giro diventava il pretesto per raccontare la difficile vita politica che il Paese stava vivendo. Erano gli anni della grande rivalità tra Coppi e Bartali, tra il filocomunista e il democristiano, tra coloro che incarnavano le due parti di quell’Italia politicamente spaccata.

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Montanelli, segretamente tifoso di Bartali e partecipe alla battaglia anticomunista vicina alla DC, descrivendo le imprese del ciclista toscano paragonava queste all’opera di De Gasperi: “Rincagnato e per nulla pittoresco, senza voli lirici, senza retorica né oratoria, egli segue nel pedalare i calcoli pazienti e tenaci cui De Gasperi s’spira nel governare. Non attacca l’avversario; lo aspetta. Ma, prima di affrontarlo, ne distrugge le alleanze, ne logora l’impeto, ne deprime il morale. Gioca sul tempo. Fin che può, ritarda la crisi, insensibile alle impazienze altrui e agli altrui entusiasmi. Quando la crisi è indilazionabile”, continua Montanelli “lascia all’avversario il compito dell’offensiva e lo attende al momento in cui sarà rimasto solo e col fiato corto. Allora lo affronta senza pietà, facendo il gregario di se stesso, misurando le proprie e le altrui forze sulla distanza e sul dislivello, e vince: ma non stravince”. E così, mentre raccontava una tappa o un primo posto, un paesaggio o una caduta, l’epurato Montanelli, parlando di Bartali, spiegava ai lettori ciò che pensava di De Gasperi, aggirando quella censura che le nuove classi politiche additavano ferocemente all’ormai defunto regime fascista.

Stefano Poma

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