Lo spopolamento di un paese: Armungia

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Come scompare un piccolo, grande paesino del Sud Sardegna che ha dato i natali a uno dei più grandi scrittori e politici del Novecento italiano: Emilio Lussu.

Mi presento, mi chiamo Armungia.

Sono il paese più piccolo della provincia di Cagliari e gli studiosi pensano che scomparirò intorno al 2042, quando anche gli ultimi abitanti troveranno lavoro e costruiranno famiglia lontano da qui. Lo chiamano spopolamento. È uno degli effetti della modernità. I miei abitanti sono tutti lontani, è come se ci fosse un pezzetto di me in tante parti della Sardegna, d’Italia e dell’Europa: tante piccole Armungia. Presto, a guardare le case di pietra del centro, resterà solo il grande nuraghe: lui è testimone della mia storia, è il primo e forse l’unico, a conoscere l’origine del mio nome.

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Alcuni raccontano che debba il mio nome ad un condottiero, Aremusa, un punico. Altri fanno risalire il mio nome ad un insediamento politico romano, Aurea Moenia che vuol dire Mura d’oro. A me piace pensare che i primi abitanti di questo angolo di Sardegna, riconoscendo sin dalle origini la pace, l’amicizia e la serenità di questi luoghi, li abbiano consacrati alla dea greco-latina dell’amore e della concordia: Harmonia. Solo il nuraghe potrebbe dirci perché mi abbiano chiamato così, ma i Nuraghe non collaborano: è così in tutta la Sardegna. Restano un mistero, conservano i loro segreti, anche quando i professori e gli archeologi credono di aver scoperto qualcosa in più, basta un piccolo scavo ulteriore per smentire le certezze e ricascare nell’ambito delle ipotesi.

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Se passerete da queste parti, vi troverete a percorrere le rive del secondo fiume più grande della Sardegna, il Flumendosa. In questi giorni sembra un rigagnolo, a causa delle poche piogge e del grande caldo estivo. Ma è un grande fiume e ai tempi del Nuraghe era persino navigabile. Gli uomini che pescavano sulle coste potevano risalirlo fino alla provincia di Nuoro, perché i nuragici apprezzavano anche i pesci. Qui si impiantavano le vigne, si coltivava, si allevava il bestiame. Qui c’erano le miniere. Qui le donne tessevano al telaio. Qui si faceva un pane particolare che si chiama “pistoccu”, un pane destinato a durare, a conservarsi, per gli uomini che stavano lontani da casa a badare al bestiame ed ai campi.

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È sempre stato un piccolo centro, ma nel 1951 siamo arrivati ad avere 1314 abitanti. Oggi sono poco più di 470. Però, a dispetto dello spopolamento, resto famoso e lo rimarrò per sempre, soprattutto per merito di un mio illustre cittadino. È di lui che vorrei parlarvi e raccontarvi, perché la sua storia la conosco bene, in fondo l’ho visto nascere e crescere, partire e poi tornare. Per tutti è uno dei grandi protagonisti del Novecento italiano. Mi ricordo ancora quando nacque, il 4 dicembre 1890, in una casa del centro. I suoi genitori erano contadini ma benestanti, persone di gran cuore. Era un ragazzo in gamba fin da piccolo. A lui piaceva studiare, così intraprese gli studi al liceo salesiano di Lanusei, fece il ginnasio e poi partì per Roma, dove fece le tre classi del liceo. Poi tornò e continuò a studiare, fino a laurearsi in Giurisprudenza all’Università di Cagliari.

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Era destinato a grandi cose e infatti divenne un militare, uno scrittore e un uomo politico di dimensione nazionale. Durante la prima guerra mondiale prese parte da combattente e fu talmente valoroso che fu decorato con ben 4 medaglie, fino a diventare Capitano della Brigata Sassari. Sicuramente conoscete il famoso inno “dimonios” e quel motto che fa sentire tutti i sardi orgogliosi e ci chiama ad unire le forze: “Forza Paris”, che vuol dire Forza insieme. Rientrò nella sua terra nel 1919, preceduto dai racconti eroici delle sue gesta. Qui guidò gli ex combattenti sardi, contribuendo a far nascere il Partito Sardo d’Azione. Nel 1921 fu eletto per la prima volta alla Camera dei Deputati. Poi fu rieletto nelle elezioni del 1924. Nel 1925, convinto della necessità di abbattere il regime fascista, prese parte alla secessione dell’Aventino, una forma di protesta delle opposizioni dopo il delitto di Giacomo Matteotti.

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Fu aggredito dai fascisti a Cagliari, poi Mussolini decise di sciogliere tutti i partiti dell’opposizione, compreso il Partito Sardo d’azione e Emilio Lussu fu condannato a 5 anni di confino a Lipari. Riuscì ad evadere, scappò prima a Tunisi e poi a Parigi, dove fondò insieme ad altri il movimento antifascista Giustizia e Libertà. Tornò in Italia solo nel 1943, partecipando come combattente e dirigente del Partito d’Azione alla Resistenza. In Sardegna tornò nel 1944, ma per poco. Infatti, tornato a Roma, fu Ministro del Primo governo di Unità Nazionale dell’Italia libera e poi del secondo. Nel 1946 partecipò all’Assemblea Costituente, fu tra coloro che scrissero la Costituzione, poi nel 1948 fu Senatore e la sua attività politica si occupò sempre dei problemi della Sardegna.

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Tra i suoi libri più famosi: “Un anno sull’altipiano” e “Il cinghiale del diavolo e altri scritti sulla Sardegna”. È stato sempre riconoscente nei confronti delle sue origini, ha sempre detto che è qui, ad Armungia, che si sono formati i suoi valori più profondi: l’uguaglianza, il rispetto dell’uomo, il rispetto del lavoro, la partecipazione democratica. Era orgoglioso delle sue radici, come noi tutti siamo orgogliosi di lui. Se passerete a trovarmi, vi prometto che vi mostrerò un intero museo dedicato a Emilio Lussu e a sua moglie Joyce, vi farò vedere la sua casa natale, oggi abitata da un suo nipote. Se lo incontrerete vi parlerà anche lui di suo nonno. Poi vi mostrerò la bottega del fabbro, un intero museo sulle tradizioni popolari e sugli antichi mestieri e da una porta del museo accederete direttamente al Nuraghe.

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Vorrei regalarvi molte altre storie, molti altri piccoli dettagli di questi luoghi, i racconti dei nostri nonni e i canti nelle recite dei nostri bambini. Ma, da qualche anno a questa parte, i bambini non ci sono, perché qui hanno chiuso le scuole e loro vanno a studiare in un altro paese. Lo chiamano spopolamento. È uno degli effetti della modernità. I miei abitanti sono tutti lontani e adesso anche i piccoli di Armungia cominciano ad allontanarsi. Forse è vero che scomparirò intorno al 2042, quando anche gli ultimi abitanti troveranno lavoro e costruiranno famiglia lontano da qui. Ma se mi chiederete di raccontare la mia storia e la storia dei miei figli più celebri, lo farò con piacere perché sono orgoglioso di lasciare soprattutto a voi piccoli un pezzetto dei miei tanti ricordi e delle mie tante storie.

Manuela Serra

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1 Comment

  1. “Si muore solo due volte – cita un vetusto adagio – e la seconda volta sarà quando tutti si dimenticheranno del tuo nome” ed il nome di Emilio Lussu è impresso nel mio cuore assieme a tanti altri che non ci sono più, ma vivono in me. Tra i tanti c’è anche quello del nonno paterno un salariato agricolo “un uomo contro” classe 1895 bersagliere ciclista del III Celere. Curioso come tutti i bimbi gli chiedevo di narrarmi ciò che vide con i suoi occhi nella grande mattanza della Prima Guerra Mondiale. Pervaso di retorica patriottoca, come si insegnava a scuola, non volevo credere a ciò che mi raccontava, anzi lo consideravo persino un po’ matto. A 12 anni lessi “Un Anno sull’Altipiano e capii che i suoi racconti erano veritieri, narrazioni che non ho mai più dimenticato e da mio nonno semianalfabeta imparai la lezione di Storia che nussun professore sarebbe mai stato capace in seguito, di istillarmi. Sono diventato anch’io un “uomo contro” come lo era il nonno e anche Emilio Lussu e non ho mai più permesso a nessuno di insegnarmi un qualcosa senza che prima non mi sia documentato.

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