Un giornalista di nome Indro

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Diciassette anni fa, il 22 luglio 2001, moriva Indro Montanelli. La sua fu una vita incredibile, carica di esperienze straordinarie, che lo portarono dal primo fascismo all’esperienza coloniale in Africa, dalla prigionia a San Vittore alla rocambolesca fuga in Svizzera, fino alla poltrona più odiata e ammirata del giornalismo italiano.

Milano, luglio 2001, via Solferino 28. Nei corridoi del grande palazzo che dal 1904 ospita la sede del «Corriere della Sera» il ronzio dei condizionatori, che operosamente refrigeravano quella calda e umida giornata estiva, veniva sopraffatto da un suono incessante, dallo squillo di un telefono che echeggiava autorevole dall’ufficio del direttore Ferruccio de Bortoli. Il direttore entrò nella stanza e rispose al telefono. Letizia, nipote di Colette Rosselli, che si trovava nella casa di cura La Madonnina, gli comunicò le ultime volontà che Indro Montanelli le aveva riferito, con un filo di voce, disteso su un funereo letto d’ospedale mentre i tubi che gli attraversavano il naso riuscivano ancora a tenerlo in vita, a far respirare quel gracile corpo ormai scheletrico. “Giunto al termine della sua lunga e tormentata esistenza, Indro Montanelli, giornalista, prende congedo dai suoi lettori”.

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Gli anni nei quali Montanelli si formò, i Trenta e i Quaranta, incisero con le loro straordinarie esperienze a quella fortunata e insidiosa ascesa, che hanno permesso al fegatoso toscano di diventare il più grande giornalista italiano del Novecento, cominciata quando la maggior parte dei giovani suoi coetanei erano, o credevano di essere, fascisti. Per i ragazzi di quegli anni il fascismo era il campeggio, le gite in mare e in montagna, il gioco, lo sport; era appartenere a un sistema dinamico che azzerava la sete d’azione che quei ragazzi sognavano leggendo i romanzi di Kipling, sfilando alle parate e ascoltando gli avventurosi racconti dei reduci della Grande Guerra. E naturalmente, colui che rendeva possibili quei vivaci avvenimenti era, agli occhi di quei tanti giovani, Mussolini.

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Intervistato nel 1972 da Gianni Bisiach, Montanelli disse: “Lo confesso, quando vedo Mussolini mi si rimescola dentro, perché sono i miei vent’anni, i miei stupidi e bellissimi vent’anni. E non li posso rinnegare”. Quando il 28 ottobre del ’22 gli squadristi entravano a Roma e Mussolini veniva nominato capo del governo, il giovane Indro si trovava a Rieti. L’Italia era piacevolmente eccitata e anche quel tredicenne, insieme a un suo compagno di classe, Elio, figlio del sottoprefetto, decise di marciare su quella città laziale dove il padre, Sestilio, faceva il preside di liceo. Indro era lungo e secco come un chiodo, tanto che i pantaloni risultavano talmente corti da scoprire le caviglie; Elio era cicciottello, con i pantaloni troppo stretti da non contenere la pancia. Ed entrambi, in camicia nera, fischiettando l’inno Giovinezza, attraversarono le strade di quella città tra gli incuriositi sorrisi generali. “L’obiettivo era quello di far prigionieri i nostri padri, quello mio e quello del mio compagno di classe. Ci presero a calci nel sedere, naturalmente”. Anche da più grandicello, Indro credette di essere fascista e di doverne servire la causa.

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Nel ’34 si trovava in Francia, dove si guadagnava da vivere scrivendo per il giornale bilingue «La Nuova Italia», che stava particolarmente a cuore a Galeazzo Ciano. Un pomeriggio di novembre fu inviato al circolo liberale Union pour la vérité e, tra i settanta partecipanti, vi era anche Carlo Rosselli. Finite le relazioni, venne chiesto: “C’è un fascista?”. E Indro prese la parola: “Noi fascisti siamo antiborghesi, fortemente antiborghesi. L’errore di Mussolini è di non aver fatto colare il sangue. Perché il sangue è necessario. Probabilmente lo faremo scorrere in avvenire”. Rosselli racconterà l’episodio, il 30 novembre, su «Giustizia e libertà»: “Il ragazzo non sembra antipatico. Ma il fascismo gli ha tolto la facoltà di pensare. Ragiona per Attenti! Riposo!, per formule applicate con lo sputo. Cazzotti intellettuali tirati nel vuoto”. Ma nemmeno due anni più tardi, qualcosa in Montanelli cambiò: la guerra africana aveva svelato, al giovane giornalista, tutto lo scenario di cartapesta che il regime aveva costruito con la propaganda. Scrisse un articolo che miracolosamente sfuggì alla censura e pubblicato sull’«Italia letteraria»: “Dopo quattordici anni di tensione ideale”, costruita da Mussolini, e dopo “un crescendo di parole”, chi ha partecipato a questa guerra è adesso afflitto da un certo scetticismo”. “Coscienza è una parola che comincia a scomparire dal linguaggio usuale”, sostituita dal “dovere: imperativo, standardizzato, uguale per tutti”. L’articolo non sfuggì a Rosselli, che ancora si ricordava di quel giovane ragazzo dal collo lungo: “È un caso di coscienza”, scrisse Rosselli, pronosticando che l’impresa imperiale avesse guarito “Indro Montanelli da molte illusioni”. E così fu.

Stefano Poma

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