Il paradosso Sordi

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Alberto Sordi, un italiano della sua generazione che ci ha insegnato cos’è il vero cinema impegnato, tra cultura ed educazione popolare.

Il destino dell’attore e cineasta romano rimane come la migliore cartina di tornasole del rapporto irrisolto nel nostro paese tra la politica e l’immaginario, tra l’idea ufficiale dell’impegno e la cultura popolare. «Ve lo meritate Alberto Sordi! ve lo meritate!», arrivò a gridare con un tono snob Nanni Moretti nel suo Ecce Bombo. Sia ben chiaro: il partito dei sordiani e quello degli antisordiani è trasversale. Accanto a Moretti si affiancò anche Marcello Veneziani. Lo ha recentemente ricordato Carlo Verdone: «Un giorno Veneziani scrisse che Alberto Sordi era stato il peggior educatore degli italiani». E la reazione fu di sconcerto. «Ma chi è ‘sto comunistaccio?», reagì d’impulso l’attore. «E quando gli spiegai – ricordava Verdone – che veniva dal Msi, ci rimase malissimo…».

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Del resto sta anche in questi episodi rivelatori il segreto dell’apparente “paradosso Sordi”. «Inconsapevolmente conservatore e reazionario – ha rivelato il regista Ettore Scola – ha fatto un’opera tutt’altro che conservatrice proponendo una critica feroce ed efferata a tutto quello che è perbenismo o “sepolcrismo imbiancato” o falsa onestà». Giancarlo Governi, scrittore e conduttore televisivo, ha costruito un suo saggio seguendo il filo delle tante conversazioni e chiacchierate che alla fine degli anni Settanta animarono, tra lui e Sordi, la preparazione di un fortunato programma televisivo, “Storia di un italiano”, delineando un ritratto completo e fedele di quella che può essere definita una vera e propria maschera del Novecento italiano. «I suoi film – leggiamo – hanno raccontato il nostro paese, l’hanno ritratto nei momenti cruciali della sua storia, dalla devastazione della guerra alla ricostruzione, dalle speranze per una vita migliore che si andavano realizzando al miracolo economico, quando gli italiani scoprirono il benessere, fino ad arrivare alla crisi degli anni Settanta…».

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E Governi, parlando degli oltre 150 film da lui interpretati, spiega: «Fra cento anni chi vorrà conoscere l’Italia del Novecento dovrà studiarla attraverso i film di Alberto Sordi». D’altronde la produzione cinematografica del grande attore scomparso nel 2003 rappresenta nel suo complesso davvero una sorta di autobiografia della nazione: da “La grande guerra” a “Una vita difficile”, da “I vitelloni” a “I due nemici”, da “Tutti a casa” a “Un borghese piccolo piccolo”, si può davvero ritenere che quelle pellicole possano fornire uno dei migliori contributi per comprendere dall’interno il “secolo breve”. «C’è la prima guerra mondiale – scrive Governi – e lui è lì in trincea, suo malgrado; finisce la guerra, arriva il fascismo e lui si leva il frac di Gastone e si mette la camicia nera; passa da una guerra all’altra, fra un armistizio e una liberazione, giù giù fino al miracolo economico, all’arte di arrangiarsi, fino al volto da belva umana di Un borghese piccolo piccolo, tragica maschera dei cosiddetti anni di piombo. Una storia, insomma, che Sordi ha raccontato nei suoi trent’anni di cinema con scrupolo, con meticolosità, quasi con accanimento…».

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A questo va aggiunta la biografia dello stesso Sordi, che è quella di ogni italiano “normale” della sua generazione. Nato nel 1920, a tredici-quattordici anni Alberto invece di andare a scuola vagabondava tra teatrini e dopolavori. E la sua prima esperienza cinematografica fu da comparsa in quello che ancora oggi viene considerato il film fascista per antonomasia, “Scipione l’Africano” di Garmine Gallone. Poi, sempre da comparsa, lavorerà in “Il feroce Saladino”, che veniva prodotta sotto la spinta del travolgente successo del concorso delle figurina Perugina. Per non dire che Alberto girerà anche per altri film di regime come “I tre Aquilotti”, qui come uno dei tre protagonisti, e “Giarabub”. «Per il giovane Alberto – spiega Governi – il fascismo, come per tutti i figli della borghesia nati durante il regime, era una cosa indiscutibile, una cosa ovvia da accettare come il sole, come l’alternarsi delle stagioni. Lo avevano accettato i genitori e lo accettavano anche loro. Nell’organizzazione fascista trovavavno tutte le loro occasioni di ragazzi: lo sport, il tempo libero, gli incontri con i compagni. “Per me” diceva, “forse perché ha coinciso con gli anni della mia fanciullezza e della prima giovinezza, è stata un’epoca bellissima, spensierata”…». Ma la grande occasione, quella che a soli 15 anni, lo fece uscire dall’anonimato per entrare stabilmente nel mondo dello spettacolo gli fu offerta dal concorso bandito dalla Metro per il doppiaggio di Stan Laurel e Oliver Hardy. Lui si presentò e vince per la parte di Hardy. Quel suo modo di doppiare Ollio fece il giro del mondo e accompagno la voce di Hardy dappertutto…

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Poi, per un decennio passa all’avanspettacolo e alla rivista. Nel 1945, a Milano con lo spettacolo “Soffiasò” scoppia un casino: «Pur avendo avuto un gradissimo successo a Roma – ricordava Sordi a Governi – nel Nord fu un disastro perché i milanesi non avevano voglia di ridere impegnati come erano a inseguire i fascisti nascosti per poi attaccarli per i piedi ai distributori di benzina. E invece io e Enrico Varisio facevamo uno sketch vestiti da balilla… Una sera partirono da Sesto San Giovanni squadre punitive di operai che devastarono il teatro…». Ma nel 1947 Sordi sfonda alla radio con un suo personaggio, il “compagnuccio della parrocchietta”, ispirato dall’Italia di quei giorni, i democristiani che si stavano allevando a diventare la nuova classe dirigente. Il personaggio era infatti egoista e arrivista, mascherato dietro un’apparenza caritatevole e altruista. Poi, con “Mamma mia, che impressione!” del 1951, comincia una galleria di personaggi al cinema che definisce, secondo Governi, il filone satirico-sociologico della commedia all’italiana. Altro che cinema di “serie b” o leggero, con Sordi si imponeva un’idea “impegnata” di cinema satirico finalizzato a «edificare una galleria di personaggi che fossero lo specchio della società in cui venivano prodotti, non di una società astratta e generalizzata ma di quella italiana reale». Si pensi, per fare un solo esempio, a “Scusi, lei è favorevole o contrario?”, di cui Sordi fu anche regista, un film che anticipava di qualche anno l’approvazione della legge Fortuna e il referendum abrogativo del 1974, quando però l’Italia era già piena di coppie separate, e che cominciava con il protagonista che, intervistato sul divorzio, diceva che la famiglia è indissolubile e poi, una volta finita l’intervista, andava a trovare le sue varie amanti. E si pensi a “Detenuto in attesa di giudizio”, primo film a denunciare quello che può capitare a un cittadino normale e innocente quando incappa in un errore giudiziario. Diciamola tutta, insomma: altro che cattivo educatore. Alberto Sordi ci ha insegnato cos’è un vero cinema impegnato.

Luciano Lanna

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