L’esplosione alla stazione di Bologna

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Trentotto anni fa, il 2 agosto 1980, alle ore 10:25, un bomba causò una strage nella quale morirono ottantacinque persone e più di duecento rimasero ferite. Minato da numerosi tentativi di depistaggio, il lavoro della magistratura indicò gli attentatori nell’ambiente dell’estrema destra eversiva.

Trentotto anni fa, l’estate italiana fu sconvolta da una bomba, dall’ennesima bomba che ferì a morte il nostro Paese. In quella circostanza morirono 85 persone e 207 rimasero ferite (alcune delle quali con invalidità permanenti) a causa di venti chili di esplosivo militare Coupound B piazzati nella sala d’attesa di seconda categoria della stazione Centrale di Bologna dai fascisti Giuseppe Valerio “Giusva” Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini. Il 2 agosto 1980 fu colpita una città simbolo della Resistenza che incarnava il progresso sociale e politico, e in quel preciso periodo storico ebbe il duplice significato di rappresentare la fine delle cosiddette “zone franche” libere dal terrorismo e di dimostrare che in Italia tutto sarebbe potuto accadere, chiunque sarebbe potuto essere colpito e che i diversi apparati dello Stato erano coinvolti negli eventi più bui della storia repubblicana. Le indagini portarono alla condanna definitiva per i militanti neofascisti dei NAR Fioravanti e Mambro all’ergastolo, e Ciavardini a trent’anni di reclusione. Oltre ai tre esecutori, sono state inflitte anche diverse condanne che portano alla luce i tratti più oscuri dell’attentato. Le sentenze definitive del 23 novembre 1995 e del 9 giugno 2000 provano che dei depistaggi ci furono eccome, e ad essere condannati furono Licio Gelli (Venerabile Maestro della loggia Propaganda2), Francesco Pazienza (ex agente del SISMI e capo, dal 1980, del SuperSISMI), Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte (ufficiali del servizio segreto militare), Massimo Carminati (estremista di destra), Federigo Mannucci Benincasa (ex direttore del SISMI di Firenze) e Ivano Bongiovanni (delinquente comune legato alla destra extraparlamentare).

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Dalle sentenze risulta, quindi, chiaro il ruolo effettivo svolto dalle parti in gioco, dall’estrema destra nel progettare ed eseguire la brutale strage, dalla delinquenza comune (è noto il coinvolgimento della Banda della Magliana nel corso dei depistaggi) e pure da alcuni figure appartenenti ad organi statali che si mossero in prima persona per portare a compimento l’attentato. I depistaggi rivestirono un ruolo fondamentale all’interno della vicenda, e furono avviati dal fin dal momento appena successivo all’esplosione. Come già undici anni prima, in occasione della bomba esplosa in Piazza Fontana, nonostante fosse da subito chiara la pista terroristica, si cercò di sviare le indagini investigando sull’esplosione accidentale di una caldaia. Tale pista fu suggerita dallo stesso Gelli che, anche nel 2010, parlò di un mozzicone di sigaretta lanciato che provocò un surriscaldamento e quindi l’esplosione. Quando tale teoria si confermò impossibile si cercò di spostare lo sguardo all’estero. Fu sempre Gelli a suggerire la strada internazionale quando, dopo l’arresto di Mambro e Fioravanti, incontrò Elio Cioppa (alto funzionario del SISMI) e gli comunicò che la direzione investigativa intrapresa dalla procura era errata. A lasciare un dubbio sulla trama fascista nella strage sono soprattutto le dichiarazioni dei tre ex terroristi che a distanza di anni continuarono a professarsi innocenti. In particolare, le parole di Fioravanti lasciano molti dubbi: «A noi è andata di lusso. L’ho sempre detto e ringrazio i bolognesi perché hanno esagerato talmente tanto che alla fine veniamo chiamati a rendere conto solo di una cosa che non abbiamo fatto (la strage) e non di quelle che abbiamo commesso veramente (i numerosi omicidi commessi dai Nar), quindi veniamo perdonati per le cose che abbiamo fatto davvero perché nessuno in fondo ci pensa e discutiamo invece all’infinito di un’altra cosa, è un paradosso».

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Depistaggi o meno, ipotesi appena abbozzate oppure reali piste da seguire, in oltre trent’anni si sono aperti diversi filoni d’indagine che, purtroppo, non hanno mai portato alla verità. Nonostante gli esecutori siano stati condannati in via definitiva, tanti aspetti dell’attentato alla stazione di Bologna rimangono oscuri e le differenti teorie abbozzate finora forniscono solo parziali scenari di come potrebbero essere andate realmente le cose. Si sta parlando qui degli scenari più disparati, dalla guerra internazionale al tentativo di colpo di Stato della destra fascista; dall’esplosione accidentale alla ritorsione palestinese; fino al tentativo di coprire la tragedia di Ustica con una ancora più grande. Fu Giovanni Pellegrino (deputato dei Ds ed ex presidente della Commissione Stragi) a legare Bologna con contrasti di potere internazionali (la Nato e il Patto di Varsavia; Israele e Palestina; Stati Uniti e Libia) e interni per mettere a tacere chi sapeva qualcosa sulle bombe esplose tra il 1969 e il 1974, anche se nel 2003 ammise di non comprendere comunque le reali motivazioni: «Tutto questo ha un senso nell’Italia del 1969: c’erano il movimento studentesco, l’autunno caldo, Giuseppe Saragat al Quirinale, il governo debole di Mariano Rumor. Mentre questo movente (quello interno n.d.a.) non ha alcun senso nel 1980: quando siamo nell’Italia del Preambolo, del riflusso e del post-fordismo. Con Sandro Pertini al Quirinale. Sarebbe bastato al Presidente affacciarsi al balcone con la pipa in bocca per far insorgere l’Italia intera in sua difesa. E questo non sarebbe successo per Saragat».

Andrea Tagliaferri

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