Un libro al giorno: Storie di calcio e potere nella Russia di Putin

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I tentacoli del presidente della federazione Russa Vladimir Putin dirigono tutti i fili del potere, anche di quello calcistico. L’ex funzionario del KGB sta al comando e sceglie personalmente le persone fidate da inserire nei punti chiave del sistema.

Torino. Estate 1988. All’aeroporto di Caselle c’è il solito via e vai di persone. Tra questa moltitudine un gruppo di tifosi juventini in trepidante attesa. Un jet privato atterra e dall’aeromobile esce un ragazzo: all’anagrafe Oleksandr Anatolijovyč Zavarov, anni 27, professione: calciatore professionista nel ruolo centrocampista. Acquistato dalla Juventus per 7 miliardi delle vecchie lire dalla Dinamo Kiev ecco il giocatore più talentuoso dell’URSS. Giampiero Boniperti, allora presidente della Juventus Football Club, lo volle come erede di Michel Platini che si era ritirato dal calcio giocato l’anno prima. Come mai, alla fine degli anni ’80, tale acquisto fece così clamore? Semplice. Zavarov è stato il primo sovietico a giocare in Italia. La chiusura delle frontiere non permetteva al suo talento di esprimersi in un campionato di primissimo livello. Nel frattempo dall’URSS arrivavano i primi segnali di apertura con la perestrojka sposata da Gorbachev. Trattare con un club sovietico, però, non era per niente facile e i giocatori, essendo di fatto stipendiati dallo Stato, dipendevano da esso.

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I bianconeri si ritrovarono a negoziare non solo con la Dinamo Kiev ma anche con il Ministero dello Sport. L’accordo si trovò, ma per Zavarov significava tutto fuorché vita da miliardario. Infatti, l’ingaggio andava al governo sovietico che a sua volta passava a Zavarov uno stipendio inferiore ai 2 milioni di lire al mese. Al trasferimento di Zavarov seguirono quelli di Aleinikov e Mikhailichenko – che vinse lo scudetto nella Sampdoria – ma la diaspora coinvolse anche il Pallone d’Oro 1986, Belanov, finito al Gladbach (Germania) e il grande Blokhin che finì al Limassol (Cipro). Sul piano calcistico l’impatto fu importante solo per i media sportivi e per il calciomercato estivo ma era il segno che stava succedendo qualcosa al fronte orientale. Oggi assistiamo a una situazione che volge all’inverso. Dopo l’ondata di gasdollari che hanno cambiato il volto del calcio europeo si assiste ad una sorta di ritirata degli oligarchi, che tendono a smobilitare il tutto dopo aver investito tanti soldi nel calcio. Solo nell’estate 2013 Dmitri Rybolovev, presidente del Monaco, aveva fatto acquisti per una somma vicino ai 150 milioni di euro. Un anno dopo (anche a causa del divorzio da 3 miliardi di euro) il Monaco dà il via libera per il passaggio di James Rodriguez al Real Madrid e di Falcao al Manchester United.

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Anche il Chelsea del magnate Roman Abramovich, che in poco più di 10 anni ha speso quasi 800 milioni si è dato una calmata. Nella capitale del remoto Daghestan, Sulemani Kerimov con l’acquisto dell’Anži Machačkala, avvenuto nel 2011, ha investito oltre 200 milioni di euro nell’acquisto di top player per portare il club tra le stelle del firmamento europeo. Ora, dopo la cosiddetta Anzhi di vincere tutto è finito. Via tutte le stelle, ci si è svegliati dal sogno. I principali club con proprietà russa realizzano saldi di mercato che non si sono mai visti. Qualcosa sta succedendo a Mosca ma andare contro Putin non si può. Non si deve fare. Per comprendere la Russia contemporanea è necessario tenere ben presente il background storico, politico, sociale e culturale del Paese. L’obiettivo che si pone questo libro è quello di analizzare come, attraverso la fitta rete clientelare, iniziata sul modello della Semya di El’cin, si sia arrivati, oggi, a quella che molti chiamano democrazia guidata o tandemocrazia ma il principio è lo stesso. Putin come guida e al ponte di comando le persone fidate, messe nei punti chiave del sistema, in modo tale da assicurare lo status quo per gli anni avvenire.

Diego Farris

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Storie di calcio e potere nella Russia di Putin

 

 

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