La strage dell’Italicus

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Quarantaquattro anni fa, il 4 agosto 1974, ignoti terroristi neofascisti appartenenti all’associazione segreta Ordine Nero fecero esplodere una bomba ad alto potenziale nella quinta vettura del treno espresso Italicus, causando la morte di 12 persone e il ferimento di altre 50.

Loggia massonica P2, servizi segreti reticenti, neofascisti e governi ombra: sono questi gli ingredienti che il 4 agosto 1974 provocarono  la morte di 12 persone e il ferimento di altre 50. Siamo a pochi metri dall’ingresso della Grande Galleria dell’Appennino, nei pressi di San Benedetto Val di Sambro, in provincia di Bologna, quando una bomba esplode nella vettura numero 5 dell’espresso Roma-Brennero provocando la strage. Fin da subito la matrice fascista dell’attentato è dichiarata dagli stessi militanti di Ordine Nero che, tramite un volantino rinvenuto a Bologna il giorno seguente, proclamano la loro diretta responsabilità: “Giancarlo Esposti – (neofascista morto a Pian del Rascino, in provincia di Rieti, durante uno scontro a fuoco con i Carabinieri n.d.r.) – è stato vendicato. Abbiamo voluto dimostrare alla nazione che siamo in grado di mettere le bombe dove vogliamo, in qualsiasi ora, dove e come ci pare. Vi diamo appuntamento per l’autunno; seppelliremo la democrazia sotto una montagna di morti”. Se il volantino non bastasse, alla redazione del Resto del Carlino arriva una telefonata anonima che ammette le medesime responsabilità: “Con la bomba al tritolo che abbiamo messo sull’espresso Roma-Brennero abbiamo voluto dimostrare alla nazione che siamo in grado di mettere bombe dove vogliamo, in qualsiasi ora, in qualsiasi luogo, dove e quando ci pare. Giancarlo Esposti è stato vendicato”.

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Gli inquirenti, però, brancolano nel buio, nonostante avessero immediatamente individuato l’autore del volantino e della telefonata in Italo Bono (personaggio dell’estrema destra bolognese ma poco considerato nell’ambiente per i suoi evidenti problemi psichici), fino a quando Aurelio Fianchini e Felice D’Alessandro (vicini alla sinistra extraparlamentare) evadono dal carcere di Arezzo assieme al camerata Luciano Franci con l’intento di portare quest’ultimo davanti alla stampa per fargli confessare la paternità della strage, con la promessa di facilitargli la fuga all’estero. All’ultimo Franci si ricrede, probabilmente conscio dell’inconsistenza del piano di fuga, e così i due extraparlamentari di sinistra si ritrovano da soli e se D’Alessandro preferisce non costituirsi, Fianchini prosegue nel piano rilasciando precise dichiarazioni all’ufficio politico della Questura: “Il Franci mi ha confidato che l’attentato al treno Italicus fu opera del Fronte Nazionale Rivoluzionario. Mario Tuti fornì l’esplosivo, Malentacchi Piero piazzò l’ordigno sul treno nella stazione di Santa Maria Novella, e il Franci, che lavorava nell’ufficio postale della suddetta stazione, fece da palo”. D’Alessandro non dichiarò nulla alla questura, ma lasciò un appunto particolare tra i suoi diari persi durante la fuga e acquisiti successivamente dall’autorità giudiziaria, il 2 febbraio 1975 scrisse infatti: “Italicus: lavoravo a Firenze: vidi uno della questura (?) entrare nel vagone che poi esplose, affacciarsi al finestrino e fare un cenno col capo”. I quattro nomi fatti da Fianchini erano già noti alla polizia e addirittura una donna aveva direttamente accusato Tuti di essere l’autore della strage. La denuncia era stata raccolta dal giudice Mario Marsili, genero di Licio Gelli, che aveva deciso di archiviarla e di mandare in casa di cura la donna stessa come mitomane.

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Ciò che succede alle varie dichiarazioni e alla denuncia induce il giudice bolognese Vella a diffidare dalla magistratura aretina per il coinvolgimento della loggia P2, e che probabilmente avesse ragione lo testimonia l’affermazione del Franci stesso che, rassicurando un altro camerata arrestato, dice di non preoccuparsi che “da queste parti siamo protetti da una setta molto potente”. Davanti a questi dubbi, Vella decide di coinvolgere direttamente i servizi segreti che prontamente non rispondono alle richieste del giudice bolognese, allungando notevolmente i tempi dell’indagine per arrivare a Tuti. Solo all’inizio del 1975 fu emesso un ordine di cattura per il fondatore del Fronte Nazionale Rivoluzionario ma, dopo un violento scontro a fuoco in cui morirono due carabinieri, riuscì a fuggire in Francia dove però fu catturato qualche tempo dopo. Il processo per la strage si è concluso 16 dicembre 1987 in Cassazione, con l’assoluzione di tutti gli imputati. Ciò non ha impedito che emergessero comunque rivelazioni e connessioni inquietanti.

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Nella sentenza d’Appello dell’anno prima, che condanna all’ergastolo Tuti e Franci come esecutori della strage, il giudice Iannone disegna un quadro molto preciso del contesto eversivo del 1974: “È notorio che il 1974 fu caratterizzato dal referendum popolare sul divorzio, preceduto da una campagna elettorale aspra e radicalizzata che contrappose in modo netto due schieramenti. In primavera, nel momento di maggiore tensione, iniziò una serie di attentati terroristici, via via sempre più gravi, rivendicati da Ordine Nero. In Toscana, il 21 aprile, si ebbe l’attentato di Vaiano, primo attacco alla linea Ferroviaria Firenze-Bologna. Seguì a Brescia la gravissima strage di Piazza della Loggia, poi a Pian del Rascino la sparatoia cui perse la vita Giancarlo Esposti, il quale – secondo quanto Sergio Calore avrebbe appreso dal Signorelli, dal Concutelli e dal Fachini era in procinto di recarsi a Roma per attentare alla vita del presidente della Repubblica, colpendolo spettacolarmente a fucilate durante la parata del 2 giugno. Può pensarsi che ognuno di questi fatti fosse fine a se stesso? Gli elementi raccolti consentono di dare una risposta decisamente negativa. Gli attentati erano tutti in funzione di un colpo di Stato previsto per la primavera-estate ’74, con l’intervento “normalizzatore” di militari in una situazione di tensione portata ai grandi estremi”. Nonostante l’assoluzione degli imputati, nella sentenza conclusiva si attestano comunque la diretta responsabilità della strage sia all’estrema destra, sia alla P2 e tale responsabilità è riconosciuta pure dalla Commissione Parlamentare sulla Loggia P2 che afferma: “La strage dell’Italicus è ascrivibile ad una organizzazione terroristica d’ispirazione neofascista o neonazista operante in Toscana; la Loggia P2 svolse opera di istigazione agli attentati e di finanziamento nei confronti dei gruppi della destra extraparlamentare toscana; la Loggia P2 è quindi gravemente coinvolta nella strage dell’Italicus e può ritenersene anzi addirittura responsabile in termini non giudiziari ma storico-politici, quale essenziale retroterra economico, organizzativo e morale”.

Andrea Tagliaferri

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