Un libro al giorno: Rapaci e denigratori, l’ironica discordia tra Indro Montanelli e Giovanni Guareschi nell’Italia del dopoguerra

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Dopo l’8 settembre, i giovani Montanelli e Guareschi vennero arrestati dai tedeschi; il primo venne rinchiuso nel carcere di San Vittore in attesa di un’esecuzione che non arrivò mai, il secondo perse trentacinque chili di carne internato nei lager nazisti polacchi. Dopo la guerra, entrambi faticarono a trovare la propria dimensione, snobbati dal mondo intellettuale anticomunista monopolizzato dal conformismo della corrente democristiana.

Il fascismo, quando nella calda estate del 1943 venne gettato in quell’abisso che nella Storia risucchia i vinti, trascinò con sé un’intera generazione di giovani, quelli nati all’inizio del secolo e che, dal Duce, si fecero affascinare e sedurre. Tra questi, c’erano Giovanni Guareschi e Indro Montanelli. Dopo la caduta di Mussolini vissero, come molti altri italiani, storie simili e terribili. Entrambi vennero arrestati dai tedeschi dopo l’8 settembre. Guareschi lasciò trentacinque chili della propria carne nei lager nazisti in Polonia, mentre Montanelli, condannato a morte e detenuto nel carcere di San Vittore, riuscì ad evitare le pallottole delle SS fuggendo in Svizzera. Dopo la guerra, quando tornò la pace e tutti portavano in trionfo gli stemmi e i simboli della democrazia, come dieci anni prima fecero con quelli del defunto regime fascista, entrambi faticarono a trovare la propria posizione, a collocarsi nel nuovo sistema che sembrava con prepotenza una continuazione di quello vecchio.

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Insieme a un gruppo di altri intellettuali, tra i quali spiccava Leo Longanesi, formarono quel blocco che costituiva una destra anticonformista, la quale si contrapponeva al conformismo della Democrazia Cristiana e dei suoi uomini. Il successo della DC nelle drammatiche elezioni dell’aprile del ’48, la sconfitta del Fronte Popolare e la vittoria dell’anticomunismo, furono possibili anche grazie a quei visionari che, quando non subivano casi d’ostracismo, venivano approssimati con indifferenza e ottuso scetticismo. Grazie a quel loro linguaggio popolare, sanguigno, ironico e autentico, conquistarono un grande pubblico che, alle urne, risultò fondamentale per sconfiggere gli uomini di Togliatti. Grazie a quello zelo, furono invitati a seguire lo spoglio dei risultati delle prime elezioni politiche dell’Italia repubblicana nella sede provinciale milanese della DC e, quando la vittoria era ormai certa, i militanti democristiani fecero comparire un’enorme torta sulla quale s’avventarono con voracità, senza degnarsi di offrirne una sola briciola agli ospiti. Indro, sbigottito e rassegnato, sbuffò: “Ecco quel che dobbiamo aspettarci dalla vittoria della DC”.

Stefano Poma

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Rapaci e denigratori

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