I protocolli dei savi anziani di Sion

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Centoquindici anni fa, nell’agosto del 1903, il quotidiano di San Pietroburgo «Znamja» pubblicava un pamphlet dal titolo “I protocolli dei Savi anziani di Sion”. Nel falso scritto segreto, appartenente alla comunità ebraica, vi era stampato il piano ordito da un oscuro consiglio giudaico per la dominazione politica ed economica del mondo.

Tra l’agosto e il settembre del 1903, a pochi mesi dalla repressione zarista della manifestazione al Palazzo d’Inverno che segnerà l’inizio del primo tentativo di rivoluzione russa, il quotidiano di San Pietroburgo «Znamja» (La bandiera) pubblicava un pamphlet dal titolo “I protocolli dei Savi anziani di Sion”, asserendo che si tratti del ritrovamento di uno scritto segreto appartenente alla comunità ebraica. Al suo interno è delineato un piano ordito da un oscuro consiglio giudaico per la dominazione planetaria attraverso l’infiltrazione e il sabotaggio delle alte sfere della politica, della cultura e dell’economia mondiali. Nonostante sia imbevuto di cliché e stereotipi antisemiti nonché di classici motivi del complotto massonico, lo scritto non manca di ridestare una certa insofferenza antiebraica che, in Russia come nell’occidente europeo, non aveva mai abbassato la testa come testimonia fra gli altri il caso dell’affaire Dreyfus che aveva scosso la Francia solo trent’anni prima. Inoltre nei Protocolli si parlava di una congiura che si servisse indistintamente dei vertici del capitalismo ma anche dell’avanzata dell’ideologia socialista per favorire con ogni mezzo la distruzione dell’occidente cristiano, tema che diviene presto caro ai difensori del regime zarista che insinuano lo spettro giudaico alla base delle nuove offensive del movimento operaio.

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Il contenuto dei Protocolli circolava per mesi in Russia, promosso e pubblicizzato dall’Ochrana, la polizia segreta dello zar, fino a trovare nel 1905 una seconda e integrale pubblicazione nel libro di tale Nilus, un prete mistico già vicino agli ambienti antisemiti russi. Nel frattempo la rivoluzione aveva portato all’instaurazione dei Soviet e alla formazione di un parlamento. Proprio il primo ministro, Stolipyn, ordinò un’indagine per appurare l’origine e l’autenticità dei Protocolli; in breve fu chiaro che questi erano stati elaborati da agenti stessi dell’Ochrana presumibilmente in Francia, mettendo insieme temi e spunti tratti dalla letteratura antisemita e da semplici romanzi settecenteschi che trattavano di complotti e riunioni segrete di logge massoniche. Nonostante lo stesso zar Nicola II prendesse allora le distanze dai Protocolli e dalla loro origine, le loro ristampe ripresero a proliferare e non persero la loro influenza nemmeno anni più tardi quando, durante la Rivoluzione russa iniziata nel 1917, furono utilizzati dai Bianchi per screditare i bolscevichi addossando loro il sospetto di realizzare il piano cospirativo giudaico.

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La dimostrazione definitiva che i Protocolli non erano altro che un falso architettato ad arte (e nemmeno con troppa maestria…) arrivò pochi anni più tardi, agli inizi degli anni ’20, quando alcuni giornalisti del Times trovarono e pubblicarono le prove del percorso letterario che aveva portato all’elaborazione del testo. Confrontando alcuni estratti palesemente identici arrivavano alla conclusione che l’origine dei Protocolli era da ricercare in uno scritto satirico del 1864 dell’autore francese Maurice Joly, pubblicato in Belgio col titolo “Dialogo agli inferi tra Machiavelli e Montesquieu”, il quale voleva essere un attacco alla monarchia dispotica di Napoleone III ed era inspirato a sua volta al complotto gesuitico immaginato da Eugène Sue nel suo “I misteri del popolo”. Lo stesso contenuto e i motivi della congiura si trovavano poi nel capitolo intitolato “Nel cimitero ebraico di Praga” nell’opera datata 1868 di un funzionario prussiano di nome Hermann Gödsche, già condannato per falsificazione di documenti processuali, che prendendo i dialoghi di Joly e combinandoli con la trama del complotto della collana del romanzo dumasiano Giuseppe Balsamo, inscenava il piano giudaico ordito in riunioni segrete.

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L’opera di Joly e quella di Gödsche cominciarono a circolare in Russia negli ultimi decenni dell’Ottocento specie negli ambienti vicini alle Centurie Nere, un gruppo reazionario antisocialista, e risultando particolarmente ben accette all’Ochrana e al suo tentativo di screditare l’avanzata progressista nel paese paventando il piano sionista. Proprio un agente dell’Ochrana in servizio a Parigi, Matvei Golovinskij, collega a Le Figaro guarda caso del figlio di Joly, Charles, risulterà essere l’autore dei Protocolli, il grande piano del complotto giudaico risultato della combinazione di vari scritti ottocenteschi e di consolidati temi antisemiti.

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Nonostante le prove del falso, i Protocolli continuarono a circolare per l’Europa e ad essere ripubblicati ciclicamente negli anni ’20 e ’30, alimentando l’antisemitismo crescente e costituendo la base di tanti scritti di autori antisemiti a partire dagli ambienti della Germania nazista e, specie dopo la promulgazione delle leggi razziali, anche in Italia. Con la fine della seconda guerra mondiale l’influenza dei Protocolli in Europa si fa sempre meno importante ma non cessa tuttavia di essere fortemente presente nei motivi antisemiti del mondo arabo e medio orientale in genere e ricomparendo sporadicamente anche in pubblicazioni europee e statunitensi, dimostrando di essere forse il più efficace strumento di individuazione del nemico del XX secolo, nonché una testimonianza esemplare dell’odio antisemita che ha attraversato secoli di storia europea e che oggi torna in varie forme, non ultime il negazionismo e la confusione tra la politica dello stato isreliano in medio Oriente e la storia del popolo ebraico.

Andrea Puddu

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