Adrianopoli e l’inizio della fine dell’Impero romano

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Verso la fine del secondo secolo, le popolazioni barbariche cominciarono il loro ingresso all’interno dei confini dell’Impero; una di queste, i goti, duecento anni dopo, sconfisse l’esercito romano nella grande battaglia di Adrianopoli, che ebbe luogo milleseicentoquaranta anni fa, l’8 agosto dell’anno 378. Fu la fine della Roma imperiale che aveva prosperato e dominato l’Occidente per cinque secoli.

“In questo nostro tempo, tanto la Dea della giustizia quanto il Dio degli eserciti devono coprirsi la faccia per la vergogna. Quando un barbaro, vestito di pelli, comanda quelli che indossano la clamide; quando un altro di loro, spogliatosi dalla pelliccia di pecora di cui era coperto, veste la toga e discute dell’ordine del governo insieme ai magistrati dei romani; quando un altro ancora siede al posto d’onore accanto al console, mentre quelli che ne avrebbero diritto stanno indietro. Questi tali poi, appena usciti dalla sala del Consiglio, si rimettono subito le pellicce e quando incontrano i loro soci si mettono a ridere della toga, dicendo che con quella addosso non si riesce neanche a sguainare la spada. Io mi stupisco di tante cose, ma soprattutto della nostra condotta; perché qualunque famiglia che abbia solo un pochino di benessere, ha lo schiavo goto. In tutte le case sono goti quello che prepara la tavola, quello che si occupa del forno, quello che porta l’acqua; e gli schiavi accompagnatori, quelli che si caricano sulle spalle gli sgabelli pieghevoli su cui i propri padroni possono sedere per strada, sono tutti goti. Insomma, è dimostrato da tanto tempo che questa è la razza più adatta a servire i romani. Ma che questi uomini alti e biondi, con i loro capelli lunghi, siano i nostri servi in privato e poi ci governino in pubblico è davvero incredibile. Il barbaro, non capisce le virtù. Dall’inizio fino ad ora questa gente non ha fatto altro che ridere di noi”. Questo straordinario testo di Sinesio di Cirene, vescovo romano vissuto tra il quarto e il quinto secolo dopo Cristo, descrive il disagio subìto dai Romani nato con quel fenomeno noto come “le invasioni barbariche”.

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Ebbero inizio alla fine del secondo secolo e si costituivano in carovane, composte da decine di migliaia di individui. I guerrieri a cavallo precedevano e seguivano i carri, nei quali trovavano riparo donne, vecchi e bambini. Passando di conquista in conquista, le prime popolazioni barbare che presero a spallate i romani, gli ostrogoti e i visigoti, formavano un esercito che seminerà il panico nell’Impero: quello goto. I combattimenti avranno il loro culmine con la grande battaglia di Adrianopoli, l’epico scontro fra l’esercito goto e quello romano. La battaglia si tenne il 9 agosto 378 nei dintorni di Adrianopoli, nell’attuale città turca di Edirne, al confine con Grecia e Bulgaria. I romani lasciarono le proprie salmerie in città e in quel giorno afoso marciarono per diciassette chilometri, mentre i goti, semplicemente, aspettavano. Numerosi tentativi di trattativa del visigoto Fritigerno furono respinti con superiorità dai generali romani, sicuri nella vittoria. Uno scopo di questi ultimi sforzi diplomatici era quello di guadagnare tempo fino a quando la cavalleria dei goti ancóra marciante si fosse unita all’esercito, ma Fritigerno voleva anche evitare il peggio. Tuttavia, l’imperatore romano Valente aprì le ostilità. L’avanzata fu punita amaramente dalla cavalleria nemica, che era arrivata al momento giusto. L’ala sinistra, spostata in avanti, si trovò improvvisamente senza copertura e fu annientata, e alla fine anche l’ala destra fu sconfitta. I romani subirono una pesante disfatta , due terzi dei tre o quattromila soldati morirono. Valente, che combatté fino all’ultimo, fu colpito da una freccia e cadde tra i soldati semplici e il suo cadavere non fu più ritrovato.

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Ammiano Marcellino, storico romano, scriverà: “Dopo la battaglia apportatrice di morte quando la notte aveva riempito di tenebre la terra, i superstiti si trascinavano chi a destra, chi a sinistra oppure dove la paura lo aveva tratto, ognuno cercava invano chi gli era stato amico e compagno, ma in realtà nulla potevano aver di mira all’infuori di sé stessi perché pensavano di avere sul collo le spade dei nemici. Se pur lontane, si udivano le grida miserevoli di chi era stato abbandonato, i singhiozzi dei moribondi, i pianti tormentosi dei feriti”. L’imperatore Valente, ferito, cercò rifugiò all’interno di una capanna alla quale i goti diedero fuoco; i due terzi dell’esercito imperiale e trentasette generali persero la vita, nel vano tentativo di difendere il più grande Impero della Storia. Il nuovo imperatore, Teodosio I, inaugurava la politica dell’esercito mercenario, composto per lo più da cavalieri barbari. Il grande Impero romano era finito.

Stefano Poma

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