L’assalto al Palazzo delle Tuileries

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Duecentoventisei anni fa, il 10 agosto del 1792, la popolazione parigina assaltava il Palazzo di Tuileries, dove il re di Francia, Luigi XVI, viveva con la famiglia. Alle otto del mattino la folla si riversava nelle sale del palazzo, linciando seicento guardie svizzere e duecento nobili mentre il re, Maria Antonietta e i figli vennero portati nella Prigione del Tempio.

Era dall’ottobre del 1789 che il re di Francia Luigi XVI viveva con la famiglia al Palazzo delle Tuileries; era stato detto loro che sarebbe stata la loro futura casa “per avere il monarca vicino”. Luigi ci credeva, ma Maria Antonietta sapeva benissimo quale era il loro destino e continuava a ricevere ambasciatori e politici nella sua sala, cercando di scampare a quel giorno. Ma il 10 agosto del 1792 arrivò lo stesso, assieme alla Seconda Rivoluzione e alla fine del suo regno. La Prima Rivoluzione aveva lasciato scontenti parecchi animi; del resto si trattava semplicemente di una presa di posizione dei politici francesi che avevano scelto di cambiare l’assetto della monarchia. Di giustizia, uguaglianza e libertà non avevano sentito neppure parlare. L’anno prima, nel 1791, era stata ratificata la Costituzione Francese, la quale garantiva diritto di voto a tutti i cittadini distinguendoli tra attivi e passivi e questi ultimi, ovviamente, non avevano diritto di voto. La nuova Costituzione garantiva poteri più limitati al re trasformando lo Stato in una monarchia parlamentare, separava i tre poteri dello Stato, ma non parlava di come sconfiggere la carestia.

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E il popolo, si sa, ha fame. A poco bastavano le promesse di una classe dirigente che cercava di cambiare la politica e i suoi principi per poter migliorare la vita dei francesi: questi volevano il pane e lo volevano subito. Affidare la monarchia al duca d’Orléans non era una buona idea, poiché i cittadini non volevano più un re; l’avevano visto cercare di rifugiarsi in Austria fuggendo durante la notte e pensavano che volesse tramare con gli austriaci per sconfiggere la rivoluzione. Il duca di Brunswick-Wolfenbüttel, a capo dell’esercito austro-prussiano, aveva proclamato un editto cercando di terrorizzare chi avrebbe fatto del male alla Corona francese ma come si sa, le proibizione non fanno che alimentare l’odio che crebbe sempre di più. Carestia, fame, odio immotivato verso la Corona: erano queste le premesse per la Seconda Rivoluzione; e poco importa che in realtà i politici stessero lavorando a colpi di leggi o che le promesse delle Rivoluzione fossero già state mantenute. L’universalità dei diritti non era poi così universale. Le conseguenze della Rivoluzione, infatti, erano prevalentemente conservatrici e si giura su “La Legge, il Re, la Costituzione”.

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Ma gli ambienti giacobini non erano contenti di questa situazione; i loro club, nei quali erano ammesse anche le donne, non erano frequentati da rizzi lavoratori ma da scrittori, giornalisti, uomini di posizione agiata e, perché no, spie dei governi stranieri come la femminista olandese Palm d’Aelders. Questi club erano pervasi di un’atmosfera rabbiosa, cupa, complottista. Gridavano ad alta voce le frasi di Rousseau ignorando che fosse lo scrittore prediletto della regina, la quale aveva finanziato molti suoi scritti. Questa collera, unita ad una spiccata tendenza al vedere complotti ovunque (tranne che nel proprio ambiente), non poteva trovare compagno più perfetto del malcontento popolare. Fu proprio l’estrema faziosità della stampa che portò alla caduta della monarchia: i giornali di Marat proponevano ogni giorno pamphlet sulla cospirazione e sul tradimento.

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Così, il 10 agosto del 1792, un manipolo di circa venticinquemila insorti provenienti da Faubourg Saint Marcel e Faubourg Saint Antoine, i quartieri popolari dei sanculotti parigini, accompagnato dai federali, marciava verso le Tuileries. Non si trattava ovviamente di una marcia spontanea ma di un preciso avvenimento organizzato dai leader della Seconda Rivoluzione: Danton, de Robespierre e Marat. Tre personaggi che si terranno ben lontani dall’orrore di quella notte ma che crearono il successivo. All’Hotel de Ville il consiglio municipale venne destituito e sostituito; ora era la volta del re, rifugiato nella Sala del Maneggio con la famiglia. Alle otto del mattino la folla si riversava nelle sale del palazzo, linciando seicento guardie svizzere e duecento nobili. Il re, la regina e i figli vennero portati nella Prigione del Tempio; il re e la regina non vedranno mai più la luce. Da quel giorno in poi, cominciò una caccia spietata verso tutti i “nemici del popolo”, fossero nobili o bottegai comuni.

Alessandra Busanel

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Maria Antonietta

1 Comment

  1. La parola “club”, associata al periodo storico del settecento, mi procura la stessa sensazione del rumore di un’ unghia in slide su una lavagna.
    Di ardesia.
    Chiedo venia dell’esternazione.

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