Il rapimento di Giacomo Matteotti

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Novantaquattro anni fa, il 16 agosto 1924, giunse la triste notizia del tragico ritrovamento del cadavere di Giacomo Matteotti a Riano, a ventidue chilometri da Roma, ucciso dalla squadra fascista guidata da Amerigo Dumini.

Roma, pomeriggio del 10 Giugno 1924. Giacomo Matteotti passeggiava nel Lungotevere Arnaldo da Brescia per recarsi alla Biblioteca della Camera, quando una Lancia Lambda gli si avvicinò. Scesero quattro uomini. Si trattava di quattro squadristi. Il deputato socialista lo intuì immediatamente ma non ebbe il tempo di reagire. Venne sopraffatto dai quattro e fu caricato con la forza dentro l’auto, dove al suo interno ne nacque una colluttazione. Urla, calci e morsi rappresentarono la disperata difesa di Matteotti. Uno dei quattro squadristi si accorse della presenza di una lima arrugginita nel lunotto posteriore. La prese e colpì alla testa Matteotti, uccidendolo. Fu subito chiaro che occorreva occultare il cadavere, cosa che venne fatta immediatamente.

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Durante il corso dell’estate, l’emergere di testimoni oculari, di strane reticenze negli organi di governo e di polizia, rese chiaro che l’improvvisa scomparsa di Matteotti, di misterioso aveva ben poco. Da quel momento gli avvenimenti si succedettero in rapida sequenza. Il 13 Giugno, Mussolini, chiamato a rispondere sulla misteriosa sparizione del deputato socialista, dichiarò che sarebbero stati effettuati tutti gli sforzi possibili per permettere il ritorno nel Parlamento del deputato socialista. Il 14 Giugno il consigliere istruttore Grassi e il giudice istruttore Occhiuto aprirono presso il Tribunale di Roma l’istruttoria per la sparizione di Matteotti e il 15 Giugno il duce incontrò la moglie, promettendole che avrebbe ritrovato vivo suo marito. Il 17 Giugno Mauro Del Giudice, presidente della Sezione di accusa della Corte di Appello di Roma, venne designato per svolgere le indagini sul deputato socialista. A Del Giudice venne affiancato il sostituto procuratore generale Guglielmo Tancredi.

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In quei giorni, grazie alla testimonianza di testimoni oculari, venne prima individuata la Lancia nella quale si consumò l’omicidio, e da essa si risalì a Filippo Filippelli, direttore del Corriere Italiano, quotidiano con simpatie mussoliniane. Fu lui a noleggiare quella macchina e a prestarla ad Amerigo Dumini. Fu come scoperchiare un termitaio. Vennero fuori nomi eccellenti e sempre più in alto nella gerarchia del Partito Fascista e del Governo. Il 18 Giugno, la pentola da troppo tempo in ebollizione fece saltare il coperchio, e Mussolini “sacrificò” Giovanni Marinelli, il segretario amministrativo del P.N.F, Cesare Rossi , Aldo Finzi ed Emilio De Bono, capo della polizia. Tutti e tre furono costretti a dimettersi, anche se De Bono mantenne comunque la carica di comandante generale della Milizia fascista. Lo stesso giorno Giovanni Marinelli venne arrestato per il suo coinvolgimento nelll’affaire Matteotti.

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Cesare Mori, intuendo la mal parata decise di scomparire. In tanti sospettavano ormai il coinvolgimento diretto del capo del Partito Fascista nell’affaire ed inquadravano ormai la morte del deputato socialista come un delitto prettamente politico. Tutti i leader dei partiti dell’opposizione, tra i quali Salandra, Turati, Gramsci, Lussu, Amendola e Bonomi, di comune accordo, decisero di abbandonare la Camera in segno di protesta e si riunirono in una sala di Montecitorio, da quel giorno detta dell’Aventino. Si trattava di un disconoscimento totale del Governo. Nonostante gli scossoni e le indagini, il Governo Mussolini andò avanti, incassando il 25 Giugno la fiducia delle due Camere. Il 16 agosto dello stesso anno giunse la notizia del ritrovamento del cadavere di Matteotti a Riano, a ventidue chilometri da Roma.

Stefano Carta

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