Il conflitto alle porte

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Settantanove anni fa, il primo settembre 1939, la Germania nazista invadeva la Polonia, accendendo la miccia che fece esplodere la Seconda Guerra Mondiale. Mussolini, alleato di Hitler, era a conoscenza dell’impreparazione bellica italiana, la quale aveva lasciato armi e uomini in Abissinia, in Albania e in Spagna, ma decise ugualmente di sfidare Francia e Inghilterra accanto allo spaventoso alleato tedesco.

Una delle scusanti spesso utilizzate per difendere l’operato del duce è che costui non fosse stato messo al corrente dei rischi che comportasse la partecipazione dell’Italia al Secondo conflitto mondiale. La questione risulterebbe assai differente. Secondo lo storico francese René Girault, i paesi dell’Asse potevano contare su una popolazione di 191 milioni e mezzo di persone, mentre gli altri superavano abbondantemente i 370 milioni. La produzione di acciaio prebellica vedeva gli USA in testa con 51 milioni di tonnellate, l’URSS con 19 milioni e la Gran Bretagna con 13 milioni. La Germania arrivava a produrne 23 milioni, il Giappone sui 6 milioni, mentre l’Italia a malapena 2 milioni e 300 mila. Questi fattori rendevano il rapporto di forze pari a tre a uno a favore delle potenze “alleate”. Per questa ragione, quando il 1° Settembre del 1939 le truppe tedesche occuparono il Corridoio di Danzica, Mussolini tentò di prendere tempo, forte anche del fatto che la “guerra lampo” aveva ormai assunto delle proporzioni ben più gravi. Dopo aver preso atto del fallimento della strategia di appeasement, l’Inghilterra e la Francia cambiarono registro nei confronti di Hitler e, all’indomani dell’invasione della Polonia, dichiararono guerra alla spaventosa Germania. Nell’entourage di Mussolini i sentimenti erano contrastanti. Galeazzo Ciano, uomo di punta del fascismo, provava una forte avversione per Hitler, e provò in tutti i modi ad evitare un coinvolgimento italiano. Così il genero del duce manifestò i suoi sentimenti antitedeschi sul suo diario il 31 Dicembre del 1939: «La guerra a fianco della Germania non deve farsi e non si farà mai: sarebbe un crimine e una idiozia. Contro, non ne vedo per ora le ragioni. Comunque, caso mai, contro la Germania. Mai insieme. Questo è il mio punto di vista. Quello di Mussolini è esattamente il contrario: mai contro e, quando saremo pronti, insieme per abbattere le democrazie, che, invece, sono i soli Paesi con cui si può fare una politica seria e onesta».

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Il duce sapeva che gli interventi in Abissinia, Albania e l’aiuto ai franchisti in Spagna, avevano letteralmente spossato l’Italia che non poteva contare su un sistema dinamico come quello tedesco. Dal canto suo si sentiva vincolato dal rispetto del “Patto d’acciaio”, siglato l’anno prima con tedeschi e giapponesi; dall’altro lato voleva sfruttare a proprio vantaggio la lunga serie di successi militari che da metà anni ’30 costellavano la stella di Hitler. Il suo sogno inconfessabile era quello di giocare un ruolo importante nello scacchiere geopolitico come quello avuto nella Conferenza di Monaco del ’38, dove diede mostra delle sue abilità dialettiche. Si trattava, però, di aspettare senza compromettersi troppo. Mussolini, forse, immaginava che l’operazione militare sul fronte francese avrebbe assunto le caratteristiche di una guerra di trincea. Per quanto la macchina bellica tedesca fosse efficiente, egli probabilmente dubitava fortemente che l’esercito tedesco sarebbe riuscito a superare lo sbarramento della linea Maginot.

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Il 10 Marzo 1940, in pieno conflitto, il fuhrer, che voleva a tutti i costi un intervento di Mussolini contro la Francia, pungolò l’orgoglio dell’alleato, paventando il rischio di un ridimensionamento del rango dell’Italia a guerra conclusa. Queste furono le sue parole: «L’esito di questa guerra decide anche il futuro dell’Italia! Se questo futuro viene considerato dal Vostro Paese soltanto come il perpetrarsi di un’esistenza da stato europeo di modeste pretese, allora io ho torto. Ma se questo futuro viene considerato alla stregua di una garanzia per l’esistenza del popolo italiano dal punto di vista storico , geopolitico e morale, ossia secondo le esigenze imposte dal diritto di vita del vostro popolo, gli stessi nemici che combattono oggi la Germania vi saranno oggi avversari». Queste minacce, unite alle vittorie travolgenti del III Reich, avevano lo scopo di mettere l’Italia di fronte alla scelta di partecipare o meno alla guerra. Il duce si rendeva conto che il momento della scelta si stesse avvicinando inesorabilmente, ed in un promemoria “top-secret” del 31 Marzo scriveva: «L’Italia non può rimanere neutrale per tutta la durata della guerra, senza dimissionare il suo ruolo, senza squalificarsi, senza ridursi al livello di una Svizzera, moltiplicata per dieci. Il problema non è quindi di sapere quando e come; si tratta di ritardare il più a lungo possibile, compatibilmente con l’onore e la dignità, la nostra entrata in guerra». Alla fine la Germania aggirò la linea Maginot, convincendo Mussolini a  rompere gli indugi e a rischiare il tutto per tutto consegnando la dichiarazione di guerra alla Francia ed alla Gran Bretagna. Fu così che giunse l’ora delle decisioni irrevocabili. Era il 10 giugno del 1940 ed il popolo, in una bolgia festante di “eja eja alalalà” si diresse sul palco della storia a recitare la sua parte in quello che sarà ricordato come il più immane dei massacri.

Stefano Carta

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