La Prima Repubblica: il collasso di una classe politica

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Gli anni Ottanta e i primi anni Novanta, la Milano da bere, il governo Craxi, i soldi facili, le mazzette, la corruzione e la crisi irreversibile dei partiti politici.

Gli anni Ottanta per l’Italia hanno significato l’inizio del declino della politica, in mancanza di una riforma della società: dal declino della “forma-partito basata sull’appartenenza e sulla militanza”, fino alla personalizzazione della leadership con l’affermazione della figura di Bettino Craxi. Nel 1983 il rischio di un diffuso astensionismo era già al centro del dibattito elettorale, con un certo disimpegno verso la Dc. Nell’agosto 1983 Craxi diventa il primo socialista presidente del Consiglio e segnerà profondamente il Paese per i quattro anni successivi. Durante la legislatura Craxi si ha la “quotidianità dell’evasione, lo sviluppo sfrenato dei corporativismi e la penalizzazione del lavoro salariato”. Fra il 1982 e il 1988 il debito pubblico cresceva dal 65 al 92,7 percento. La legislatura socialista aveva certamente ereditato una situazione economica e sociale difficile, ma tale rimase. La società è al tempo stesso portatrice di comportamenti microtrasgressivi e contemporaneamente di cultura della legalità, promotrice dell’utilizzo del privato dei partiti in funzione di interessi personali e di carriera, ma anche soggetto di stigmatizzazione pubblica di tale utilizzo.

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Agli inizi degli anni Novanta, l’Italia si presentava come una nazione “in salute”, dopo aver passato dieci anni di crescita scanditi da quello che gli esperti definiscono “secondo boom economico”. Una fase di crescita che aveva cambiato profondamente non solo l’economia del Paese, ma anche la società e lo stile di vita di un’intera generazione. L’Italia era giunta al quinto posto tra le maggiori potenze del mondo e gli studi finanziari scommettevano su un nuovo, terzo boom economico. A luglio del 1989, il mensile londinese “Euromoney” era convinto che nel giro di dieci anni il nostro Paese sarebbe diventato la prima potenza economica d’Europa. Anche per l’Ocse vi era stata una straordinaria crescita del Pil italiano, attestata al 3,5 percento superiore alla previsione su quello tedesco. I protagonisti di questa stagione florida per l’economia nazionale erano i cosiddetti nuovi borghesi: piccoli imprenditori o lavoratori autonomi che lavoravano sodo per realizzarsi. Il tessuto sociale italiano era composto prevalentemente da una grande classe media, con forti tendenze individualistiche, tenori di vita elevati garantiti dalla società consumistica in espansione. “Laboriosità, risparmio ed intraprendenza” poteva essere il motto degli imprenditori italiani che trainavano il Pil nazionale. Però, la politica, inaridita dal declino delle grandi ideologie novecentesche, apparve incapace di intercettare i sentimenti e le aspirazioni di questo nuovo ceto medio, non più riconducibili ad alcun soggetto collettivo.

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I piccoli imprenditori finivano con l’entrare in conflitto con i partiti e le classi dirigenti, definiti e pensati come immobili e conservatori. Il parlamento e il governo venivano associati all’idea di “palazzi” dove alloggiava una classe politica da contestare. Il desiderio di rinnovare la classe dirigente, però, non coincise con una mobilitazione di massa dei cittadini verso la cosa pubblica e cresceva anzi un certo disinteresse verso la politica, diffusosi in larghe fasce della popolazione. Il cambiamento sociale e culturale rese i messaggi politici vecchi ed enigmatici, ancorati a valori ormai inerti per la maggior parte dei cittadini. Il mondo sembrava girare troppo in fretta per la politica e, come scriveva Norberto Bobbio, il nuovo mondo consumistico metteva “in fuorigioco l’intera galassia della cultura”, incapace quindi di fornire alla politica quegli strumenti necessari per capire i cambiamenti che stavano avvenendo nella popolazione. “La nostra democrazia è così sgangherata, corrotta e inefficiente”, disse.

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In questo contesto, nel 1989, nacquero la Lega Lombarda e la Lega Veneta, movimenti atti a raccogliere le lamentele dei cittadini sulle carenze delle infrastrutture, sulla lentezza e la pervasività della burocrazia e sugli scarsi servizi offerti dallo Stato in cambio delle tasse. Pur essendo un fenomeno relegato al nord del Paese, nelle elezioni europee del giugno 1989, le due Leghe ottennero l’1,83 percento dei voti, evidenziando il “problema settentrionale”, perlopiù legato alla grande differenza tra nord e sud Italia, anche in ambito europeo. L’obiettivo di queste formazioni politiche era la secessione del nord Italia rispetto al Paese. La “questione meridionale”, la problematica relativa all’arretratezza e alle difficoltà di sviluppo del sud Italia era sempre più aggravata dalla disparità della grande crescita delle fabbriche nel nord-est del Paese. Le leghe trovavano in questa disparità il vero problema dell’Italia e rivendicarono la secessione del nord, sollevando la “questione settentrionale”. Nel meridione, anche a causa delle difficili condizioni socio-economiche, la mafia andava intanto inaugurando una lunga catena di sequestri per tenere la nazione in un perenne stato d’allerta e di paura. Lo Stato cercò di rispondere attraverso una vera e propria guerra alla mafia, culminata nel maxi-processo del 1987 a Palermo. In quegli stessi anni emergeva la figura di Giovanni Falcone, magistrato siciliano, che verrà ucciso a Capaci nel 1992 e che già nel 1989 sfuggì per miracolo ad un attentato. Magistratura e politica cercavano così di combattere la criminalità organizzata, ma il quadro “pentapartitico” costituito da DC, PSI, PLI, PRI e PSDI contribuiva a rendere il Paese sempre più inerte e paralizzato. A ciò contribuiva anche il particolare momento storico della cosiddetta guerra fredda interna, che ruotava intorno al conflitto DC-PCI.

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Questa sorta di paralisi del potere centrale sembrava in qualche modo andare in direzione opposta ad una popolazione che voleva un nuovo corso rapido e capace per gestire lo sviluppo economico. Anche il CENSIS sembrava criticare i politici italiani, evidenziando come fosse in aumento “l’impoverimento culturale e il disinnamoramento per quel che siamo”, come segni di fragilità della popolazione. “Il malessere diffuso sembra trovare una strada estrema nell’affermazione reiterata del non credere” scriveva il CENSIS nel 1990: “Si vorrebbe smontare tutto, l’assetto costituzionale, i partiti di massa, i sindacati, per ricostruire tutto da zero è l’implicita convinzione che solo una tabula rasa possa consentire di poter ricostruire veramente qualcosa di nuovo”. La fiducia di molti cittadini italiani era ancora rivolta al PSI di Craxi che, nonostante i problemi economici, cresceva nei sondaggi e nelle elezioni, ma che non fu in grado di cambiare quell’equilibrio politico inerte. Nonostante andassero ampliandosi i segnali di protesta popolare, gli italiani continuavano a votare sempre per gli stessi partiti, offrendo a questi l’idea di avere in qualche modo “sotto controllo” la società. Ci vollero soltanto due grandi momenti storici per riuscire a cambiare il quadro politico italiano e a svelare definitivamente l’illusione su cui i politici governavano: il crollo dell’Urss e la fine della “guerra fredda”. E, senza più la minaccia comunista, caduta col muro di Berlino, i magistrati decisero di indagare quella classe politica che si riteneva e agiva da intoccabile.

Luca Michetti

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