Boris Yeltsin e il fallito colpo di Stato sulla Casa Bianca di Mosca

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Venticinque anni fa, il 21 settembre 1993, il presidente russo Boris Yeltsin dichiarava la dissoluzione del Soviet Supremo e, accusato di colpo di Stato, ordinava ai carri armati dell’esercito di circondare e difendere il Parlamento russo, consolidando il proprio potere fino al 1999 quando fu sostituito dall’attuale presidente Vladimir Putin.

Gli anni ’90 in Russia furono anni di grandi cambiamenti, anni rivoluzionari che portarono a una ferrea restaurazione che lasciò l’intero potere politico in mano a un solo uomo. Dal 1988 al 1991, Michail Sergeevič Gorbačëv fu il presidente dell’Unione Sovietica avviandone una prima ristrutturazione attraverso le riforme passate alla Storia come “Perestroika” e “Glasnost“ che portarono, però, a una forte crisi istituzionale culminata con il fallito colpo di Stato da parte dei membri più conservatori del Pcus nell’estate del 1991 e con la definitiva salita al potere di Boris Nikolaevič El’cin (Yeltsin) dopo la sconfitta dei golpisti. Con le dimissioni di Gorbačëv, il 25 dicembre dello stesso anno, si concluse formalmente l’esperienza dell’Unione Sovietica e si avviò la formazione del nuovo Stato. I primi anni del governo Yeltsin furono economicamente catastrofici; l’accelerazione delle riforme volute da Gorbačëv, per trasformare l’economia sovietica in un’economia di mercato, portò a gigantesche privatizzazioni da cui uscì favorita esclusivamente la nomenclatura del partito, mentre l’economia stagnava e migliaia di impiegati pubblici persero il lavoro. Per fronteggiare la crisi economica il presidente russo cercò di accentrare i poteri attorno alla sua carica arrivando, era il 21 settembre 1993, a dichiarare la dissoluzione del Soviet Supremo e a indire un referendum per l’approvazione della nuova Costituzione presidenzialista e nuove elezioni per la Duma (il Parlamento russo) da fare entro la fine dell’anno. Tali manovre erano apertamente vietate dalla Costituzione del 1978 e di fronte al colpo di mano la politica russa si divise in due: da un lato Yeltsin, arroccato sulle proprie posizioni e convinto a fondare un nuovo Stato, dall’altro una netta maggioranza di parlamentari, capeggiata dal vicepresidente Ruskoi, con l’obiettivo di limitare i poteri del presidente e bloccare – o almeno rallentare – il passaggio all’economia di mercato.

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Fu così che Ruskoi e altri seicento parlamentari si chiusero all’interno della Casa Bianca (la sede moscovita del Soviet Supremo) e sfiduciarono l’allora presidente che, per tutta risposta, fece tagliare l’elettricità al palazzo. La grave situazione in cui verteva la Russia fece sì che i diversi schieramenti, dai comunisti fino agli ultranazionalisti, si unirono contro le riforme del Governo e migliaia di persone scesero in piazza fin dal 25 settembre per sostenere Ruskoi, mentre gruppi paramilitari cominciarono a predisporre le difese in vista di un probabile assalto alla Casa Bianca. Il 28 settembre ci furono i primi morti negli scontri tra manifestanti e forze di sicurezza e, dato il dilagarsi delle manifestazioni, Boris Yeltsin proclamò lo stato d’emergenza in tutta la regione di Mosca. Contemporaneamente, il 2 ottobre, Ruskoi si affacciò al balcone della Casa Bianca chiedendo alla folla sottostante di assaltare l’ufficio del sindaco di Mosca e di impadronirsi della sede della televisione nazionale. La manovra di Ruskoi servì solamente a produrre ulteriore sangue, con i manifestanti respinti dall’esercito e diversi generali, fino ad allora neutrali, che decisero di appoggiare Yeltsin. Fu così che egli decise, nella notte del 3 ottobre, di porre fine all’opposizione parlamentare con le maniere forti.

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La mattina del 4 ottobre i blindati dell’esercito strinsero l’accerchiamento alla Casa Bianca mentre decine di carri armati T72 e T80 si preparavano a fare fuoco sul palazzo. Per diverse ore i cannoni bombardarono i piani alti dell’edificio allo scopo di “minimizzare le perdite e spaventare i cecchini”, mentre alle 12 i gruppi d’assalto si lanciarono contro il palazzo combattendo piano per piano con i paramilitari che lo difendevano. Solo alle 17, dopo quasi dieci ore di battaglia, i leader del Parlamento si arresero e furono arrestati. Alla sera tornò la calma, ma ancora oggi non si conosce l’esatto numero dei morti degli scontri di quei giorni (alcune stime danno i morti tra i duecento e i mille). L’assalto alla Casa Bianca si rivelò una vittoria completa per Yeltsin: stroncò ogni tentativo di bloccare le sue riforme; varò una serie di decreti allo scopo di consolidare il suo potere; a dicembre indì un referendum che approvò la sua riforma costituzionale. Nonostante ciò, però, le elezioni parlamentari che ci furono a dicembre sancirono una netta sconfitta per lui e i suoi alleati, mentre sancirono un gran successo per l’opposizione comunista e soprattutto dell’estrema destra nazionalista. Sconfitta elettorale a parte, Yeltsin ebbe successo e trasformò la Russia in una repubblica fortemente presidenzialista così come è ancora oggi. Egli rimase al vertice del potere fino al 1999 quando fu sostituito dall’attuale presidente Vladimir Vladimirovič Putin.

Andrea Tagliaferri

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