Giovanni Pascoli e il piccolo Gulì

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Storia del cucciolo Gulì, figlio di una canina levriera e di un bracco, che fece innamorare lo scrittore emblema della letteratura ottocentesca italiana.

Il 4 giugno del 1894 Gulì fece il suo ingresso in casa Pascoli. A donarlo a Giovanni fu il padre di Antony De Witt, disegnatore delle poesie dello scrittore emblema della letteratura ottocentesca italiana. Il cucciolo, di appena cinque mesi, era un incrocio tra due razze. Mariù, sorella di Pascoli, lo descrisse “figlio di una canina levriera e di un bracco, di pelo raso, lucido e morbido come velluto; nero sul mantello e nella testa, ma bianchissimo nel petto, sul collo, in parte del muso e nei quattro piedi e nella punta della lunga coda. Era un gran bel balzanino, snello, elegante ed aristocratico”. Il nome Gulì si presentò a Pascoli quasi casualmente.  In quei giorni il poeta aveva ricevuto in dono un vassoio di dolciumi spedito da alcuni ex alunni con sopra stampato il curioso nome del pasticcere, tale Emanuele Gulì da Palermo e proprio nel mentre l’occhio del poeta cadde su quel vassoio, permettendo così alla famiglia di trovare il nome al cucciolo.

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Gulì fu una sorta di figlio a quattro zampe per il poeta e la sorella: sedeva regolarmente a tavola, aveva un suo libretto di risparmio e godeva di appellativi quali “dottor Gulì”. Visse felicemente con lo “zio” e la “mamma”, per diciotto lunghi anni. Sul finire del 1911, in una lettera, Pascoli concludeva con un “Non sto bene!”, manifestando i primi segni del tumore allo stomaco. Il fidato Gulì sembrava saperlo e cominciò anche lui a perdere le forze e il vigore che sempre lo avevano contraddistinto. La sera del 21 gennaio 1912, alle 21:45, Gulì muore. Il dolore fu immenso, tale da non ammettere neppure agli amici e ai conoscenti il triste evento, in quella chiusa sensibilità domestica tipica del nido pascoliano. Furono inventate mille bugie affinché non si sapesse in giro che Gulì era morto. Fu seppellito nel giardino di Casa Pascoli, a Castelvecchio, “tra odorosi laurii, cullato dal dolce canto degli sgriccioli e delle capinere”, accanto alla tomba di Merlino, il merlo con un’ala rotta. Lo stesso poeta disegnò la stele funeraria di quello che come lui scrisse: “non era un cane ma era Gulì”.

Veronica Iorio

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