Sono sessantuno anni che ci manca Leo Longanesi

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Sessantun’anni fa, il 27 settembre 1957, Leo Longanesi moriva improvvisamente per un infarto dentro la sua redazione di Milano, tra i suoi sogni, la sua ricerca di stile, i suoi progetti, le sue incompiute intuizioni politiche.

È già più di mezzo secolo che ci manca Leo Longanesi. Aveva solo 52 anni ed era stato molte cose: fondatore e direttore di giornali e riviste, pittore, scrittore, maestro dell’arte e del gusto tipografico, geniale impaginatore, sceneggiatore e regista cinematografico, organizzatore culturale, fascista strapaesano e libertario non di sinistra, ispiratore di una destra egemone sia sul piano culturale che su quello politico. Ed era il 27 settembre del 1957 quando moriva improvvisamente per un infarto dentro la sua redazione di Milano, tra i suoi sogni, la sua ricerca di stile, i suoi progetti, le sue incompiute intuizioni politiche. Aveva appena cominciato a impaginare l’ultimo numero del suo giornale. Appresa la notizia, il suo grande amico Stefano Vanzina, il regista Steno, si chiuse nel suo studio romano ai Parioli, abbassò le persiane e rimase a piangere per un intero pomeriggio. Il giorno dopo il giovane giornalista Mario Tedeschi, in forze al suo Borghese, arrivò subito nella casa milanese di Leo, in via Mercalli, e l’allora direttore del Corriere della Sera, Mario Missiroli, lo afferrò per un braccio e, tiratolo in disparte, gli intimò: «Dovete continuare, voi che siete giovani…». Sì, non poteva spezzarsi il percorso politico-culturale che Longanesi aveva fatto intraprendere alla destra italiana.

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Scrisse di lui Bobi Bazlen: «In un mondo di gerarchi gonfi e di antifascisti sgonfiati, Longanesi ha sempre ragione». E in effetti, precorrendo tutti sui tempi, aveva sempre cercato l’affermazione di una via italiana alla modernità sia in politica che nella cultura. Di lui – che fu il primo storicamente a ipotizzare l’anti-antifascismo e il postfascismo – potremmo ricordare tante cose, a cominciare dal fatto di aver messo su “da destra”, già nel ’46, una casa editrice che si poneva sul mercato senza nessun complesso di inferiorità – anzi! – e che precorse in alcune delle sue scelte e dei suoi autori il catalogo della futura casa editrice Adelphi. Fu lui, tra l’altro, a introdurre in Italia, il libro tascabile e a imporre scrittori e pensatori irregolari e non inquadrabili nelle ideologie dominanti come Ernst Jünger e Werner Sombart, Knut Hamsun e Oswald Spengler, Giuseppe Prezzolini e Joseph Roth. C’è poi, la lezione giornalistica del suo Borghese, e il suo tentativo (irrealizzato) di dar vita a una destra ariosa, vasta, in grado di rappresentare il blocco sociale maggioritario del paese. Ma, a sessantun’anni dalla morte, va ricordato soprattutto il suo spirito da talent scout e da scopritore di talenti: fu lui a scovare e lanciare, tra i tanti, figure come Giuseppe Berto, Steno ed Ennio Flaiano. E proprio Flaiano raccontò che Longanesi gli fornì i mezzi per mettersi a scrivere, «aggiungerò, di cose di cui non sapevo assolutamente niente». Lo scrittore pescarese, infatti, aveva infatti cominciato a scrivere proprio su Omnibus, la seconda rivista diretta da Longanesi. Nel secondo dopoguerra, Flaiano, che si occupa di cinema a tempo pieno, si ritrova con Leo, partito con l’avventura della sua casa editrice. E Longanesi rinnova al pescarese l’antico invito a scrivere un romanzo. Ricorderà Flaiano: «Dovevo rivederlo a Milano, nel duro inverno del ’46. Passeggiavamo cortesemente, una sera di dicembre, quando si fermò e mi disse: “Mi scrive un romanzo per i primi di marzo?”». E nel marzo del ’47 Flaiano consegna a Longanesi Tempo di uccidere. Vinse il primo Premio Strega.

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Ed eccoci a quel 27 settembre ’57. Scriverà Flaiano al comune sodale Mino Maccari: «Ero a Fregene quando ho saputo dai giornali la fine di Longanesi e ho pensato a te ch’eri suo vero amico. Volevo scriverti. Ho scritto invece un piccolo ricordo sul “Diario notturno”, di cui mi sono pentito perché ho visto che tutti si sono gettati a scrivere di Longanesi e a rivendicarlo. Volevo togliere il pezzo, non è stato possibile. Io ho voluto ringraziarlo di quello che aveva fatto per me e mi è sembrato un saluto onesto. Ma tuttavia sono pentito. C’è troppo giornalismo in giro. Non aggiungo altro. La sua fine è stata un dolore per tutti quelli che gli volevano veramente bene. Ma così, ogni giorno che passa scivoliamo sempre più verso la zona dell’ombra, confortati solo dalla volgarità del mondo che avanza, e che non condividiamo più…». Quelli del Mondo, che pure avevano imparato tutto da lui, furono impietosi: «I conti con Longanesi – si leggeva su una colonna anonima del settimanale azionista – sono sempre aperti. E la discussione che da più di 20 anni correva tra lui e i vecchi compagni non si è chiusa davvero con la sua morte improvvisa». Quegli ambienti non esitavano a prendere fino in fondo le distanze dal grande maestro del giornalismo italiano: «Su questo giornale abbiamo per anni evitato di fare perfino il suo nome… Si era allontanato dai vecchi amici per capeggiare un drappello di guastatori».

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Ma sulle pagine dello stesso Mondo, nella sua rubrica “Diario notturno”, l’amico Flaiano non poteva fare a meno di distinguersi: «I giornali danno la notizia della morte di Leo Longanesi. I giornali ormai non ci danno che cattive notizie, un giorno finiremo per leggerci anche la notizia della nostra morte; ma quella di stamani era più che una cattiva notizia: mi è parsa insidiosa e scoraggiante. Longanesi morto è più di un amico perduto, è la fine di un incontro e di uno spettacolo. Ho pensato a lui durante il giorno e ho capito che gli volevo bene e che lui me ne voleva: ma era il bene “di una volta”, quello che non si dice e porta a continui e reciproci perdoni». Vale la pena leggere l’articolonecrologia fino alla fine: «Ho ricordato – aggiungeva Flaiano – come l’avevo conosciuto vent’anni fa, in una birreria dove, dopo quattro chiacchiere mi disse: “Si metta a scrivere e non perda tempo”. Me lo ordinò addirittura, senza spiegarmi le ragioni che io non vedevo chiare. Era il suo modo di convincere i pigri e i delusi della mia specie… Sei anni dopo lavoravamo insieme a un film e l’8 settembre lo sorprese mentre lo stava dirigendo. Era il suo primo film, mai finito, la storia di un vecchio anarchico che mette la bomba sotto un palazzo e poi va ad avvisare tutti gli inquilini che hanno ancora dieci minuti di vita. Era certo lui, Longanesi, il vecchio anarchico». Del resto, fu lo stesso Mussolini a raccomandargli in vita: «Voi siete anarchico. Siatelo per molti anni, finché lo potete. È una retta per restare giovani». E lui lo restò fino alla fine.

Luciano Lanna

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