Il suicidio del monaco buddhista di Saigon

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Nel 1954, la Conferenza di Ginevra poneva fine al conflitto tra la Francia e il Viet Minh e consegnò il potere politico vietnamita al dittatore anticomunista Ngo Dinh Diem. Come simbolo di protesta contro le riforme attuate dal suo governo, il monaco Thich Quang Duc si diede fuoco pubblicamente.

Dopo l’armistizio del 20 luglio 1954, che poneva fine al conflitto tra la Francia e il Viet Minh, la Lega per l’indipendenza del Vietnam che si basava su ideologie nazionaliste e comuniste, gli americani appoggiarono il governo sud-vietnamita del dittatore Ngo Dinh Diem, soprannominato dal vicepresidente degli Stati Uniti, Lyndon Johnson, “il Churchill dell’Asia sud-orientale”. La politica di Diem suscitò rapidamente un vivo malcontento in tutto il Paese. Convintamente cattolico e antimarxista, tendeva a considerare come comunisti tutti i suoi avversari politici, tra i quali vi erano anche i liberali, spietatamente imprigionati nelle terribili carceri vietnamite. Avverso ai buddhisti, seppure questi costituissero la maggioranza della popolazione, diede ordine di perseguitarli.

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Il suo governo era formato da membri di fiducia, spesso componenti della sua famiglia, i quali agivano per un tornaconto economico personale. Il malcontento fece nascere una prima resistenza comunista, che prese rapidamente la forma della sovversione nel ’57. La sovversione si ampliò due anni più tardi e in loro aiuto arrivarono armi e soldati ben addestrati dal Vietnam del Nord, uomini in difesa delle idee comuniste che gli americani cominciarono a chiamare Viet Cong. Il presidente Kennedy, convinto che la Cina incoraggiasse il Vietnam del Nord nel creare una minaccia nel Sud-Est asiatico, accrebbe l’intervento militare americano. Nell’autunno del ’61 aumentò gli effettivi, i quali arrivarono a ottantacinquemila uomini. Nel Paese l’oppressione verso gli oppositori di Diem, sia comunisti che buddhisti, assunse forme sempre maggiori. La popolazione buddhista vietnamita era stimata intorno all’80 percento e il governo introdusse una serie di politiche volte a favorire quella minoranza di fede cristiana. Nel ’59 il Vietnam del Sud venne dichiarato dallo stesso Diem “sotto la protezione della santa cristiana Maria”; introdusse l’abolizione del divorzio, il divieto dell’uso di contraccettivi, l’educazione di origine unicamente cattolica e fu riorganizzata l’amministrazione, da quel momento gestita da funzionari cristiani. I preti cattolici costituirono delle bande armate, con le quali assaltavano e razziavano villaggi e monasteri buddhisti; successivamente, la loro bandiera venne vietata in tutto il Paese.

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Nel maggio del ’63 i buddhisti vietnamiti sfidarono il governo, manifestando per le strade delle maggiori città e chiedendo l’uguaglianza religiosa. A Hue, seconda città del Vietnam, la polizia sparò sulla folla uccidendo nove manifestanti. Dopo vari giorni di scontri la situazione precipitava e il 10 giugno i rappresentanti della comunità di Saigon avvisarono la stampa americana che il giorno dopo sarebbe accaduto qualcosa davanti alla sede dell’ambasciata cambogiana. Uno dei pochi giornalisti che presero seriamente la notizia, Malcolm Browne dell’Associated Press, si recò sul posto. Vide trecentocinquanta monaci marciare dietro un’auto azzurra. All’improvviso il corteo si fermò e dal cofano dell’auto fu estratto un cuscino. Il monaco Thich Quang Duc vi si sedette e rimase immobile, impegnato nell’opera di meditazione. Un altro monaco prese una tanica di benzina e la versò sul compagno, ancora intento a recitare il mantra del Buddha Amitabha. Thich Quang Duc prese un fiammifero e lo accese. Le fiamme cominciarono ad avvolgere il suo corpo, mentre intorno al monaco la gente tra urla, lacrime e disperazione, gridava “un monaco si dà fuoco, un monaco diventa martire”. Malcolm Browne fu l’unico a fotografare la sua immolazione. Il presidente Kennedy, dopo aver visto la foto, affermò a chi gliela mostrava: “Nessuna fotografia nella storia del giornalismo ha mai generato le stesse emozioni di questa, nel mondo”.

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Browne, per aver immortalato quel tragico evento, vinse il premio Pullitzer nel ’64. Il giornalista David Halberstam, che era presente, ricordò così quei terribili attimi: “Thich Quang Duc rimaneva immobile e in silenzio, mentre la gente accorsa piangeva, pregava o si prosternava, cosa che fece anche un poliziotto, mentre un monaco all’altoparlante ripeteva: «Un monaco si dà fuoco, un monaco diventa martire». Le fiamme venivano da un essere umano, il suo corpo si è lentamente atrofizzato e dissolto, la testa annerita e carbonizzata. Nell’aria era l’odore di carne bruciata, gli esseri umani bruciano in maniera sorprendentemente veloce. Dietro di me sentivo i singhiozzi dei vietnamiti che si stavano riunendo. Ero troppo sconvolto per piangere, troppo confuso per prendere appunti o fare domande, troppo sconcertato anche per pensare. Mentre bruciava non ha mai mosso un muscolo, non ha emesso un suono, la sua compostezza esteriore era in netto contrasto con le persone piangenti intorno a lui”.

Vittorio Scacco

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