Zygmunt Bauman

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Novantatré anni fa, il 19 novembre 1925, nasceva il grande sociologo polacco di origini ebraiche.

Leeds, 9 Gennaio 2017. Zygmunt Bauman, una delle più grandi menti attive a cavallo tra il XX e il XXI Secolo, si spegne a 91 anni.  Sociologo di professione, dietro lo sguardo profondo e malinconico si nascondeva un tenace studioso e grande comunicatore. Nato a Poznan, in Polonia, il 19 Novembre 1925, da una famiglia  ebrea “priva di mezzi”, Bauman fu coinvolto in alcuni degli avvenimenti più drammatici del ‘900, come l’invasione tedesca della Polonia che, il 1° Settembre del 1939, sancì l’inizio del secondo conflitto mondiale. Fuggito nell’Unione Sovietica per sottrarsi ai rastrellamenti nazisti, si arruolò nell’esercito di liberazione polacco con l’obiettivo di combattere i tedeschi. Nel dopoguerra, tornato in Polonia, incontrò Janina, il grande amore della sua vita. Fu un colpo di fulmine e nove giorni dopo il loro primo incontro lui le chiese di sposarlo. Lei accettò.

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Nello stesso periodo, a Varsavia, Bauman riprese gli studi universitari interrotti durante la guerra e si laureò nei primi anni ’50. Fu l’inizio della sua carriera accademica. Fervente marxista e grande allievo del sociologo Stanislaw Ossowski, da quest’ultimo ereditò l’animo del frondista,  facendo della disobbedienza e della critica della società umana il suo tratto distintivo. Fuggito nuovamente dalla Polonia, stavolta per le sue prese di posizione nei confronti del regime comunista, approdò nel Regno Unito dove, nel 1971, ottenne la cattedra di sociologia dell’Università di Leeds, incarico che manterrà fino al 1990, anno del suo pensionamento ufficiale. La morte dell’amata moglie Janina, nel 2009, fu un durò colpo per lui, ma si riprese anni dopo, sposando la sociologa Aleksandra Kania. L’inconfondibile stile di scrittura di Bauman, unito a grandi intuizioni, ne ha fatto la fortuna. La sua fama varcò i confini angusti delle aule universitarie e si diffuse anche tra i non addetti ai lavori. La forte impronta etica dei suoi scritti si univa ad una grande conoscenza che spaziava da Calvino a Gramsci, da Kiekeegaard a Lévinas e a Montaigne, fino ad interessare il pensiero greco.

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Bauman fu sempre attento a cogliere i cambiamenti sociali, economici e politici della seconda metà del ‘900. Il crollo del blocco sovietico, il successo del neoliberismo, l’avvento di due fenomeni come la globalizzazione ed il consumismo, gli fecero comprendere che tutte le teorie ed i concetti elaborati fino a quel momento perdevano ogni valore e perciò si rendeva necessario formulare  nuove teorie e nuovi concetti. Fu così che coniò il termine “modernità liquida”, una metafora utile a comprendere la società contemporanea caratterizzata dalla precarietà di ogni legame sia economico, sia lavorativo che sentimentale; dalle migrazioni, dal terrorismo e dalle nuove forme di povertà. Bauman fu un intellettuale saggio e preoccupato per la tendenza sempre più crescente a creare di legami virtuali e non durevoli. Per lui anche l’amore stava diventando “liquido”.

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Negli ultimi anni della sua vita non si limitò a fornire analisi sociologiche, ma lanciò accorati appelli a coltivare i sentimenti, quella parte più nobile dell’animo umano, e a non accettare che dei rapporti umani puramente “virtuali” e distanziati. Dopo aver trascorso una vita intera sui libri, Bauman era giunto alla conclusione che un’esistenza intera poteva trovare i suoi sostegni nella passione e nel sentimento in quanto elementi tipicamente umani. Queste parole sono uno dei suoi più bei lasciti: «L’amore non è un oggetto preconfezionato e pronto per l’uso. È affidato alle nostre cure, ha bisogno di un impegno costante, di essere rigenerato, ricreato e resuscitato ogni giorno. Mi creda, l’amore ripaga quest’attenzione meravigliosamente».

Stefano Carta

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