Montanelli, la guerra d’Abissinia e la giovane Destà

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Nell’aprile del 1935 il giovane giornalista Indro Montanelli partiva da Napoli per raggiungere l’Africa Orientale, dove l’aggressione all’Etiopia stava per regalare la corona d’imperatore al re Vittorio Emanuele III. A Saganeiti, lo sciumbasci Gabèr Hishial procurò una giovane moglie all’ufficiale italiano, la dodicenne Destà. La quale, dopo la guerra, sposò un ascaro da cui ebbe un figlio che chiamò Indro. 

Una fredda sera d’inverno del 1934 la forte pioggia che cadeva pesante sul selciato e sui tetti delle case costringeva gli italiani a stare al coperto, lontani dalle strade illuminate dai lampioni offuscati che proiettavano una debole luce sull’acciottolato che rifletteva il bianco colore della luna. Il rumoreggiare nelle vecchie osterie, lo scoppiettìo della legna che ardeva nei camini delle case e il fischio dei treni nelle stazioni furono interrotti dal suono delle radio e degli altoparlanti, dai quali venivano diffuse le allegre canzonette che precedevano i grandi annunci. Tutti tacquero e solo la voce dello speaker radiofonico riecheggiava: “Ieri, cinque dicembre, dodicesimo anno dell’era fascista, al mattino, un nostro presidio ai pozzi etiopici di Ual-Ual, è stato barbaramente attaccato da armati abissini. I nostri corrispondenti, giunti sul posto all’alba di questa mattina, hanno trovato sul terreno i corpi senza vita di trenta uomini e un centinaio di feriti sul campo italiano e oltre cento morti in quello abissino”. Ovunque si sollevava un gran vociare e nei discorsi prendevano vita i contorni di un’Africa selvaggia, disegnati da una mano che voleva ardere di una grande passione guerriera e che riportava alla mente le orazioni di Pascoli, la guerra di Libia e la sciagurata disfatta di Adua del 1896. Negli occhi di tutti brillava la persuasione che il fascismo stesse restituendo all’Italia i fasti gloriosi dell’antica Roma imperiale, impresa nella quale i vecchi governi liberali avevano dolorosamente fallito. E ora, dopo tredici anni di scuola battagliera e bellicosa, il Duce regalava all’Italia un pezzo d’Africa, il tanto sognato posto al sole. “Lì si che ci sarà lavoro”, esclamavano i disoccupati. “E chissà che donne, che grandi seni e che gambe lunghe troveremo tra le negre”, bisbigliavano tra loro i giovani.  E le parole tabacco, caffè, Negus, Makallè, Amba Alagi, rapivano quegli uomini agitati, i quali per la prima volta sentivano di far parte della Storia, di poter fingere di possedere un grande ideale che nel loro profondo era in realtà sconosciuto.

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Tra i tanti giovani che vennero sedotti da quell’avventura c’era anche il ventisettenne Indro Montanelli. Si arruolò nell’esercito con il grado di sottotenente del Corpo truppe coloniali, consegnò personalmente la domanda al federale di Firenze Pavolini, con l’esplicita richiesta di raccomandarla e il 22 aprile del ’35 partì da Napoli a bordo del piroscafo Saturnia, diretto in Africa Orientale. Prima di imbarcarsi, inviò una lettera al grande scrittore britannico Rudyard Kipling che terminava così: “Sappia che io parto per colpa sua. Perché io vado in Abissinia per aver letto Kipling”. E l’ormai settantenne, che morì l’anno successivo, rispose: “Se non fossi vecchio e malato, partirei con lei”. Al suo arrivo in Africa a Montanelli fu assegnato il XX Battaglione eritreo, attestato nella zona selvaggia di Saganeiti. Dapprincipio, gli abissini temevano gli italiani, e di questi guerrieri sospettosi Montanelli ne comandava cento. Dalle sei della mattina alle cinque della sera erano indipendenti al loro comando e il giovane giornalista, in sella al suo mulo, faceva fatica a seguirli tanto erano rapidi, atletici e leggeri. Facevano chilometri e chilometri nelle aride montagne africane, per poi riposarsi verso le undici sotto qualche eucalipto o immersi tra i cespugli e nascosti tra le rocce, come tante lucertole. Poi tornavano verso il forte e gli indigeni, durante il ritorno, imbracciando lunghe lance e pesanti archi, cantavano canzoni antiche, dove si raccontavano le gesta di quel XX Battaglione, che era uno dei più gloriosi.

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Lo sciumbasci di Montanelli, graduato indigeno delle truppe coloniali, si chiamava Gabèr Hishial. Aveva trent’anni di servizio e, secondo l’usanza locale, elencava fra le sue mansioni anche quella di intermediario tra i suoi ufficiali e le donne del villaggio. Chiese a Montanelli quale fosse la cifra che intendesse stanziare e il giovane ufficiale rispose: “Mille lire!”. “Troppo!”, sentenziò Hishial prima di sparire per tre giorni. Di ritorno, portò con sé una fanciulla e un cavallo. Lo sciumbasci giustificò quel ritardo con la lunga trattativa che aveva dovuto intavolare col padre della giovane, seduto sulla soglia della sua capanna, bevendo tè e mangiando burgutta, il tipico pane fresco cotto sul fuoco. Si accordò col padre riguardo la dote, mille lire, ma in più l’ufficiale avrebbe dovuto far costruire a sue spese un tucul, una capanna con pollaio che avrebbe conferito alla giovane lo status di “madama”, ossia di moglie. La ragazza si chiamava Destà, aveva dodici anni e per tutta la guerra, come le mogli degli altri ascari, riusciva ogni quindici giorni a raggiungere il marito italiano dovunque egli si trovasse e dove lui stesso ignorava d’essere. Arrivava portando sulla testa una cesta di biancheria pulita, la svuotava, la riempiva con quella sporca e ripartiva, per poi ricomparire allo stesso modo dopo quindici giorni. Destà gli fu compagna per quasi due anni. La guerra d’Abissinia finì e il 5 maggio del ’36 Badoglio entrava ad Addis Abeba. Montanelli, deluso dall’esperienza africana, decise di tornare in Italia, lasciando Destà nella sua terra, con la sua tribù. Il disgusto di quella guerra inutile che era servita soltanto come elemento di propaganda fascista aveva dissolto il sogno di un mondo nel quale il nemmeno trentenne Montanelli aveva creduto. Non era un’altra Italia quella che nasceva in Africa, ma la solita Italia coi suoi arrivismi, le sue clientele e le sue cialtronerie. Prima di imbarcarsi nuovamente per Napoli per tornare in Italia, lo sciumbasci chiese a Montanelli il permesso di sposare Destà. E Indro, divenuto di fatto l’ex marito, acconsentì. Nel ’52 chiese e ottenne di tornare nell’Etiopia del Negus Hailé Selassié. La prima tappa, scendendo da Asmara verso sud, la fece a Saganeiti, dove venne accolto col saluto delle tribù locali. Destà e il suo vecchio sciumbasci lo invitarono a pranzo, dicendogli di avere una grande sorpresa per lui. Lo sciumbasci aprì la tenda della capanna e fece entrare un giovanotto di circa quattordici anni, alto, magro e con una grande nuvola di capelli neri che sembravano volare sopra una spessa fronte scura. Era loro figlio, e l’avevano chiamato Indro.

Stefano Poma

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