Il centrodestra vince perché i Cinque Stelle hanno voluto perdere

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Nel marzo 2018, alle elezioni politiche, i voti del M5S e del centrodestra si equivalevano. Dopo un anno, i sondaggi dicono che Salvini ha raddoppiato i suoi voti mentre Di Maio ne ha perso almeno un terzo. Ma, soprattutto, si è votato in sette Regioni e in tutte e sette la vittoria è andata al centrodestra. Cos’è successo sul fronte elettorale?

Se mi astraggo dalle mie personali convinzioni e faccio un’analisi politologica, il quadro che ho davanti è molto diverso da quel che leggo e non capisco, specie sui social network. Le elezioni politiche del marzo 2018 hanno consegnato un’Italia in cui il M5S e il centrodestra si equivalevano (entrambi non autosufficienti per governare) e il centrosinistra – quasi un monocolore Pd – era ben distanziato. Dopo l’iniziale stallo e due dinieghi (quello di Mattarella al centrodestra, che voleva cercare i voti per la fiducia in Parlamento, e quello di Renzi anzitutto al suo partito, a proposito di un dialogo col M5S) è partito l’esperimento gialloverde. Un qualcosa che pareva innaturale, impossibile: un accordo tra due mondi diversi, più indigesto ai dirigenti di Lega e 5S (almeno alcuni, che passano per essere i più “illuminati”) che ai rispettivi elettorati. Che, anzi, ora (gli elettorati) sono più gialloverdi che mai. Infatti il governo è partito e veleggia verso i nove mesi di vita, consolidandosi a lungo su un gradimento del 60 percento, solo leggermente scalfito dal post finanziaria e dalle tensioni su Tav e caso Diciotti.

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Nel frattempo, da marzo 2018 a oggi, cos’è successo sul fronte elettorale? I sondaggi dicono che Salvini ha raddoppiato i suoi voti, mentre i 5S ne hanno perso almeno un terzo per strada. Ma, soprattutto, si è votato in sette Regioni. E in tutte e sette la vittoria è andata al centrodestra. Nel senso che Salvini si è trascinato appresso Forza Italia (che pure è ai suoi minimi storici in 25 anni) e Fdi, mentre il partito cattolico di Casini è ormai scomparso. I 5S – com’era ovvio anche per un bimbo di quinta elementare (avete visto, no, che i bimbi di quinta elementare dettano l’agenda del dibattito politico?) – non avevano nessuna possibilità di confermare alle Regionali i loro voti delle Politiche. Competere in 60 contro 660, in una contesa a turno unico, com’è accaduto ad esempio in Sardegna, è suicida. A meno che non ci rassegni a fare testimonianza “purista”. Ma poi non bisogna stracciarsi le vesti (lo fanno più alcuni militanti dei dirigenti, in verità) quando si registra il 7 a 0.

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Da osservatore, osservo (appunto) che la colpa (se colpa può essere vincere) non è tutta di Salvini. Anzi, forse neppure i meriti sono tutti suoi. La colpa principale è della cecità dei dirigenti dei 5S che – una volta varcato il Rubicone dell’alleanza con la Lega (ancorché consumata col provvidenziale paravento del contratto di governo) – non sono stati conseguenti. Se la priorità era vincere nelle Regioni (questo mi pare sia quello che dicono i militanti che attribuiscono la vittoria di Salvini e la sconfitta del M5S all’esistenza di un accordo di governo) il pragmatismo diceva che occorreva forse stipulare sette contratti di governo (preventivi, questa volta) con la Lega per riproporre l’alleanza che guida l’esecutivo italiano su base locale. Così facendo – da un lato – si sarebbe soddisfatta l’esigenza di competere per vincere e, dall’altra, si sarebbe disarticolato Salvini dai suoi vecchi alleati, consegnando via via Berlusconi ai libri di Storia. La Lega sarebbe stata d’accordo? Non lo sapremo mai (anche se al sottoscritto risulta che un’apertura in questo senso fosse stata valutata), perché i vertici dei 5S l’hanno sempre esclusa a priori. Questo è quanto, anche se in tantissimi non lo ammetteranno. Questo è quanto, non perché io personalmente lo auspicassi, ma perché questo suggeriva un’analisi politologica pragmatica, lineare e di orizzonte.

Anthony Muroni

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