Il caffè di Michele Sindona

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Trentaquattro anni fa, il 18 marzo 1986, l’avvocato Michele Sindona, iscritto alla P2 di Licio Gelli, venne condannato all’ergastolo. Due giorni dopo, stramazzò a terra nella sua cella, dopo aver bevuto un caffè corretto al cianuro.

Nella Milano delle primissime insegne al neon, degli immensi grattacieli e delle pubblicità luminose che facevano brillare le grandi strade asfaltate, la ripresa finanziaria, il dopoguerra e il Piano Marshall facevano ripartire quella che è sempre stata la capitale economica d’Italia. E quella grande città che offriva lavoro, opportunità, dove nelle vie ordinate e pulite le lampade rosse delle farmacie guidavano i passanti, venne presa d’assalto da tanti giovani del Sud, disposti a tutto pur di far carriera. Tra questi vi erano anche Ugo La Malfa, futuro ministro del Tesoro, Enrico Cuccia, che guiderà l’impero Mediobanca, e Michele Sindona, un avvocato che, trasformatosi in banchiere, divenne il timoniere spregiudicato della finanza milanese. Nato a Patti, in provincia di Messina nel 1920, emigrò nella capitale lombarda nel ’46; Sindona morì nel carcere di Voghera quarant’anni più tardi, nel 1986, bevendo il famoso caffè corretto al cianuro. La parabola dell’avvocato è un prisma che scompone una per una le componenti della storia italiana nella seconda metà del Novecento.

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Sorge subito dopo la guerra, quando il giovane Sindona emigra a Milano. Grazie al suo spregiudicato talento di fiscalista si fa rapidamente un nome che mette al servizio della rampante borghesia milanese. Quando arriva il miracolo economico è ormai un professionista di grido, che annovera tra i suoi clienti gli amministratori di imprese del calibro di Montecatini, di Einaudi, di Snia Viscosa. La scalata di Sindona verso i piani alti del potere e della economia del Paese fu irresistibile e per raggiungere lo scopo si servì dell’appoggio delle banche, della politica, del Vaticano, della mafia e della massoneria, iscritto alla loggia massonica P2 di Licio Gelli con la tessera numero 0501. Nel 1960, a soli quarant’anni, Sindona coronò il suo sogno: divenne ufficialmente banchiere con l’acquisto della Banca Privata Finanziaria e negli ambienti dell’alta finanza e della politica la sua fama di uomo infallibile cominciava a dilagare a tal punto che, nel 1968, divenne il finanziere del Vaticano. Secondo una versione, tuttavia smentita dalla Santa Sede, sarebbe stato Paolo VI in persona a stringere in gran segreto un accordo notturno con quel giovane banchiere pupillo di Andreotti. Questa carica favorì doppiamente Sindona: sia in campo economico, dove comportava i vantaggi nei confronti della finanza cattolica italiana, sia sul piano internazionale, dove poteva sfruttare appieno la reputazione che il rapporto con la Santa Sede gli garantiva.

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Nel 1972, su consiglio del governatore della Banca d’Italia Guido Carli, trasferì le sue attenzioni all’estero, trovando negli Stati Uniti il nuovo baricentro per i suoi affari. Rilevò la Franklin National Bank, la ventesima banca statunitense, per 40 milioni di dollari, tutti denari provenienti dalle sue banche italiane e probabilmente anche dai loro clienti. Sindona si buttò a capofitto nella speculazione valutaria, aprendo una fase di acuta instabilità. Sarà l’apice della sua carriera. Ma una nube, nel 1974, rovesciò una pioggia di dissesti sull’impero finanziario di Sindona, facendo fallire le sue banche. Precipitò negli abissi della bancarotta e un onesto avvocato milanese, Giorgio Ambrosoli, fu indicato liquidatore della Banca Privata Italiana. L’ormai ex avvocato siciliano si trasformò da banchiere a criminale. Alla mezzanotte del 9 luglio 1978, mentre Ambrosoli ritornava a casa dopo una cena con amici, fu ucciso da William Aricò, sicario ingaggiato da Sindona, con quattro colpi di pistola. Finì il mondo di Sindona, ideato e costruito con la capacità del banchiere di sfruttare quella struttura del potere dove convivevano in stretto rapporto fra loro poteri finanziari, istituzionali, politici, eversivi e criminali. Venne condannato all’ergastolo il 18 marzo 1986 e, due giorni dopo, stramazzò a terra nella sua cella, dopo aver bevuto un caffè corretto al cianuro, urlando: “Mi hanno avvelenato!”. Recitando la sua ultima e colossale beffa.

Stefano Poma

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