Il deserto di Giordania e il volto di Cristo

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Un viaggio nella splendida città nabatea. 

«Petra, 8 luglio 2019, allo scoccare delle 12: la luce rosa e accecante dello zenit, che, al termine del Siq, dischiude improvvisamente al Kazneh, il “palazzo del tesoro”, rimarrà impressa e al tempo stesso sospesa nella mente di chiunque, al pari mio, abbia avuto la fortuna di lasciarsi avvolgere da essa fino al termine del suo viaggio terreno». Così rileggo sulla pagina consunta e ingiallita dal sudore del mio Moleskine, a testimonianza perenne dell’emozione che tale vista mi ha suscitato. L’entrata del sito coincide con l’immagine simbolica della leggendaria città nabatea, la cui tonalità muta magicamente nelle varie fasi del giorno, ovvero una porta alta trenta metri e larga quarantatré scolpita nell’arenaria locale, che conduce all’interno di una tomba scavata per ospitare le spoglie di uno dei sovrani (Aretas III) ed in seguito usata come luogo di culto. “Visita la Giordania, vedi Petra e poi muori” mi viene da parafrasare al termine di quella giornata, dopo aver peregrinato per ore nel monumentale sito archeologico della città scolpita nella roccia, incluso tra le sette meraviglie del mondo e patrimonio dell’Unesco dal 1987. Ovviamente la Giordania non è solo questo: dalle rovine romane di Jerash (la “Pompei d’oriente”), alla cittadella di Amman, al deserto rosso del Wadi Rum, fino a Pella, Gadara, alla riserva di Dana, per non parlare dei castelli crociati di Shobak e Karak, essa svela un caleidoscopio di meraviglie per gli occhi del viaggiatore.

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La magnificenza di tali architetture e paesaggi non oscura però altri siti “secondari”, a torto considerati tali dagli itinerari turistici ufficiali solo perché meno battuti rispetto ai precedenti. «10 luglio 2019, ancora le 12 del mattino, autostrada 40 nel cuore del deserto giordano orientale, a un centinaio di chilometri dal confine saudita. Al termine di un’improvvisa tempesta che mi obbliga a sostare a margine della carreggiata in attesa che cessi il rutilìo di sabbia e cespugli, intravedo sul lato opposto di essa l’insegna di un sito archeologico». Scopro trattarsi di Qusayr Amra, letteralmente “piccolo castello”, costruito in questa regione desolata su cui neanche i dromedari si avventurano, da califfi omayyadi in un periodo compreso tra il VII e l’VIII secolo. Esternamente si presenta come una tipica struttura araba, con l’edificio principale suddiviso in tre ambienti coperti da volte a botte, cui si collega lateralmente un hammam, vicino al quale si trovano i resti di un pozzo e di una saqiyah (una “noria”, ovvero un dispositivo azionato da un asino che si muove in cerchio). Si tratta di un padiglione di caccia. Appena entrato, nella luce soffusa, mi accoglie un pacifico cane al riparo dall’opprimente calura esterna. Volgendo lo sguardo intorno mi sovviene un’analogia con il mausoleo ravennate di Galla Placidia, seppur, ovviamente, con i dovuti distinguo: così spoglio all’esterno, altrettanto ricco all’interno, ma di vivide e sensuali pitture, anziché ieratici mosaici.

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Ecco che nell’edificio centrale, sullo sfondo azzurro degli archi, appaiono affreschi che verrebbero da definirsi di una sensibilità  “prerinascimentale”: il primo, con due donne a seno nudo fasciate di drappeggi  intente ad offrire cibo, seguito da un secondo che raffigura ancora una figura femminile mentre fa il bagno, vestita solo di un succinto lembo di stoffa. Sulla parete occidentale fanno bella mostra di sé cani ansimanti che cacciano onagri nelle reti, mentre sul soffitto sono rappresentate scene delle fasi di realizzazione della struttura: dall’estrazione di pietre in una cava, al trasporto di queste a dorso di cammello, fino alla realizzazione vera e propria dell’edificio. Sul lato sinistro dell’ambiente si apre quindi uno stretto vano che immette in tre piccoli locali che formavano l’hammam e sul soffitto del primo, l’apodytherium (spogliatoio), nelle sembianze di tre volti, simboleggianti le tre età dell’uomo, si riconosce palesemente quella centrale di Cristo. Sacro e profano qui convivono armoniosamente, al punto che sulla parete sinistra compare la bizzarra compagnia di un orso intento a suonare la cetra e di una scimmia che lo applaude. Da allora fino al ritorno in auto e alla ripresa dell’itinerario alla volta di Azraq mi chiudo in un silenzio assordante, arrovellandomi per chilometri sul senso della presenza dell’immagine del Salvatore in un contesto siffatto, precipitando in una spirale di congetture, ipotesi, suggestioni; ma, come sempre, la risposta mi viene fornita dalla realtà nuda e cruda che mischia passato e presente, piacere e sofferenza. Un fortissimo bagliore acceca improvvisamente la mia vista: è quello di un enorme cartello che troneggia all’orizzonte indicandomi la direzione del campo di Za’atari, la città dei profughi.

Andrea Santoro

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