La scintilla che accese l’incendio della Grande Guerra

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Centosei anni fa, il 28 giugno 1914, lo studente bosniaco Gavrilo Princip, aderente alla società terroristica Mano Nera che aveva come scopo principale quello di unire la Bosnia alla Serbia, a Sarajevo assassinava l’Arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono austriaco, sua moglie Sophie e il bimbo che portava in grembo. Fu la fine di un lungo periodo di pace che in Europa durava dal 1871.

Anno millenovecentoquattordici. In Europa arrivava la calda estate. I ricchi programmavano le vacanze, magari in qualche luogo tropicale, mentre i poveri continuavano a lavorare nei campi e nelle fabbriche in attesa di passare il fine settimana a rinfrescarsi al fiume o al mare. Le giornate passavano tranquille e le floride passeggiate nei lunghi viali alberati delle grandi città vennero scosse dai giovani strilloni, quando la sera di domenica 28 giugno invasero le strade coi giornali in mano per annunciare una terribile notizia. L’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono austriaco, quella mattina era stato ucciso mentre visitava, insieme alla moglie Sophie, la capitale della Bosnia. In molti consigliarono al successore di Francesco Giuseppe di non recarsi a Sarajevo. Mentre percorreva le sue strade in auto, i fanatici della Mano Nera gli lanciarono contro delle bombe. Una bomba rimbalzò e finì sull’automobile a fianco, causando dei feriti.

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Fallita la missione gli attentatori scapparono e ruppero coi denti una capsula di cianuro andato a male, il quale gli provocò soltanto nausea e vomito. Il giro di Sarajevo proseguì e Francesco Ferdinando, al suo termine, volle essere accompagnato in ospedale per visitare i feriti dell’altra auto. L’autista sbagliò strada e s’infilò in un vicolo cieco. Mentre tentava di uscirvi in retromarcia l’auto si fermò a pochi metri da un attentatore ricoperto di vomito, Gavrilo Princip, il quale, con la sua semiautomatica, uccise Francesco Ferdinando, la moglie Sophie e il figlio che la principessa portava in grembo.

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Princip, diciannovenne, nacque in Bosnia. Militante nazionalista, nel 1912 fu espulso dalla scuola per la sua attività politica e si trasferì a Belgrado, dove entrò nella Mano Nera con un unico desiderio: unire la Serbia alla Bosnia. Riuscì a evitare la pena capitale solo perché l’Austria-Ungheria non prevedeva la pena capitale per chi non avesse compiuto vent’anni d’età; e lui, nel momento in cui uccise l’arciduca, ne aveva diciannove e undici mesi. Le indagini della polizia austriaca svelarono che dietro l’assassinio c’era la Serbia e a Vienna, mentre il convoglio con le salme passava le vie della città, la gente chiedeva vendetta nei confronti dei responsabili. In Serbia, intanto, si svolgevano le elezioni e le varie campagne elettorali furono condotte all’insegna di una forte retorica nazionalistica che accese l’opinione pubblica di Belgrado e di Vienna agitando quel vento che fece innalzare le fiamme dell’odio tra i due Paesi, le quali divamparono presto in tutta Europa. Russia, Germania, poi Francia e Inghilterra. La strada per la terribile Grande Guerra era cominciata.

Stefano Poma

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