Perché abolire il reddito di cittadinanza

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Articolo tratto dal primo numero de «Il Caffè» del dieci ottobre 2020. 

Era il 12 settembre 2018 quando Luigi Di Maio, allora ministro del Lavoro nel primo governo Conte, si affacciò festante dal balcone di Palazzo Chigi insieme agli altri ministri del Movimento 5 Stelle per celebrare il via libera alla manovra che avrebbe istituito il reddito di cittadinanza. Due anni dopo è necessario riflettere, anche in maniera scomoda e impopolare, sulla reale efficacia di questo provvedimento nato sia come strumento di contrasto alla povertà, sia come politica attiva del lavoro. È opportuno ricordare il meccanismo alla base del reddito di cittadinanza: la misura è da intendersi come sostegno economico integrativo ai redditi familiari, ma associato ad un percorso di reinserimento lavorativo e di inclusione sociale. I beneficiari, infatti, sono tenuti – almeno in teoria – ad accettare «almeno una di tre offerte di lavoro congrue» ricevute dai centri per l’impiego o dalle piattaforme digitali collegate all’Agenzia nazionale delle politiche attive per il lavoro.

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La realtà dei fatti è che il reddito di cittadinanza è stato un grande e prevedibile flop, che non ha “abolito la povertà” come annunciava solennemente Luigi Di Maio, ma ha sicuramente scavato un’ulteriore voragine nel già abissale debito pubblico italiano. La Corte dei Conti, nel rapporto del 2020 ha fotografato gli impietosi risultati del reddito di cittadinanza: tra circa un milione di beneficiari, solo 20 mila hanno trovato effettivamente un impiego.Numeri in linea con il comunicato diffuso il 1 settembre dall’Agenzia nazionale delle politiche attive, secondo cui su 1.048.610 percettori del reddito ritenuti “idonei al lavoro” quelli che hanno trovato un’occupazione sono 196.046. Di questi, secondo il ministero del Lavoro, quelli ancora attivi al 7 luglio sono 100.779: ma non è dato sapere quanti siano stati creati dai centri per l’impiego e quanti dai cosiddetti navigator. L’unica cosa certa è che “abolire la povertà” ad oggi è costato 5.728,6 milioni di euro.

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Il giudizio della Corte dei Conti è perentorio: «I risultati sono stati al di sotto degli obiettivi illustrati nella Relazione tecnica che accompagnava il provvedimento, avente anche finalità di ricambio generazionale della forza lavoro». E aggiunge: «Appare non più rinviabile un intervento in materia fiscale che riduca, per quanto possibile, le aliquote sui redditi dei dipendenti ed anche dei pensionati che, pur essendo fuori dal circuito produttivo, frequentemente sostengono le generazioni più giovani, oltreché le imposizioni gravanti sulle imprese alle quali sono affidate le concrete speranze di un rilancio del Paese». Il reddito di cittadinanza è stato il canto del cigno di un assistenzialismo cronico ed ipocrita: questo provvedimento ha solo incentivato il lavoro nero – l’assegno del reddito di cittadinanza integra, spesso, un’attività non dichiarata –, in molti casi è arrivato nelle tasche di chi non ne aveva diritto – o, come testimoniano recenti fatti di cronaca, di chi conduce una vita nell’illegalità – e ha completamente fallito le ragioni della sua istituzione. Il reddito di cittadinanza va abolito: l’unico modo per combattere la povertà è creare posti di lavoro e investire sulla formazione di coloro che attualmente non hanno un impiego, ma che non hanno le competenze per reinserirsi nel mercato del lavoro. La risposta alla disoccupazione non può essere una paghetta di Stato o un posto pubblico per tutti.

Federico Cartelli

 

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E buona lettura.