Il re è nudo

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Articolo tratto dal secondo numero de «Il Caffè» del diciassette ottobre 2020. 

Non si può ringraziare per il male, fisico o morale, che va fuggito. Ma il bene, per gli uomini, non è sempre di immediata conquista, e neppure di chiara evidenza. Vincere il male è superarlo, comprenderlo, impararne. E allora è sconfitto, e nulla è stato vano. Nessuna sofferenza, nessuna morte. Noi siamo italiani, dunque portati a non imparare, perché nati per insegnare anche ciò che non sappiamo. Per questo non c’è da nutrire molte speranze che l’attuale pandemia muti qualcosa dell’ormai statica situazione italiana. Tuttavia, anche se non andrà tutto bene – e tutto bene, difatti, non è andato – abbiamo l’obbligo morale di non coprire, come spesso capita a questa sventurata nazione, quello che, con troppa violenza, il Covid-19 ci ha mostrato. Il re è nudo, e bisogna gridarlo, anche se il cinismo coprirà con l’indifferenza ciò che, una volta, si tacitava con la violenza. Nudo, in un castello che, alla prima occasione seria – la serietà, è stato ribadito ultimamente, sembrerebbe una peculiarità del costume italico, di cui però non c’eravamo spesso accorti – si è mostrata una stamberga. Il Covid ci lascerà senza alcune certezze. Per esempio, a scuola. Per anni, da almeno un quarto di secolo, abbiamo importato di tutto dall’estero. Abbiamo importato, senza alcun dazio, perché questa nazione non ha più nessuna barriera da opporre, prima il pensiero di Dewey, che abbiamo fatto diventare il collante ideologico di ogni fare, fuorché del fare studiare e del fare insegnare – cioè del fare scuola.
Poi, lo abbiamo condito con le competenze, cioè un chiacchiericcio eslege, se disgiunte dalle conoscenze: di che si parla, seppur bene, e di che si ragione, se non si sa nulla?

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Quando però, consumati anche gli ultimi aperitivi sui Navigli, abbiamo di tutta corsa chiuso prima le scuole, e poi l’intera nazione, quel corpo docente che, obtorto collo o con volontaria partecipazione, negli anni si era adeguato alle mode del progettualismo, ha pensato solamente a salvare i gioielli di famiglia. E non si è lavorato giorno e notte, senza più alcuno stacco tra lavoro e vita privata, per mettere al sicuro il progetto “aperto al territorio”, né la visione dell’ultimo «film cecoslovacco, ma con sottotitoli in tedesco». Nella didattica a distanza, si è messo in salvo ancora una volta il patrimonio della nostra civiltà, il Canone senza il quale non sappiamo come mediare l’educazione, come trasferire, noi civiltà complessa, il patrimonio di valori, idee e soluzioni alle nuove generazioni: Omero, Dante, Shakespeare, Platone e Aristotele, le banali e umili equazioni, i principi della termodinamica, gli alleli e altre amenità di questo tipo. L’epidemia ha mostrato che le nostre scuole non sono sicure neppure dal punto di vista igienico, con studenti ammassati e aule asfissianti. Ha mostrato che, tra chi vuole moltiplicare le classi per fare della scuola un ufficio di collocamento, e chi le vuole tagliare per farne un salvadanaio, c’è la via indicata dalla realtà, che bussa nel momento della necessità e si fa aprire la porta dal buon senso. Venti, qualcuno in meno, non uno in più: questo il numero di ragazzi che possiamo ficcare dentro una classe, senza cadere nelle leziosità del pedagogismo né esagerare in ‘razionalizzazioni riformistiche’, i tagli con cui abbiamo fatto cassa nel passato.

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Non dovrebbero tornare alla normalità, senza aver appreso la lezione, neppure i presidi. Divenuti ‘dirigenti’, per anni hanno sostenuto l’aziendalizzazione della scuola, termine cacofonico quanto idea errata. Se è vero che buona parte della responsabilità nella riapertura sia pesata su loro, potranno finalmente vedere che in questa gerarchia aziendale essi non sono, come speravano, la base del vertice, bensì il vertice della base. Ma dalla base bisognerà ripartire, seppur in modo diverso: non già come massa sessantottina, ma come fondamento autorevole. La scuola ha tirato fuori il meglio di sé. Mentre lo Stato, centrale e periferico, cedeva e si frantumava in mille incompetenze, in migliaia di narcisismi, la tanto vituperata scuola italiana riuniva attorno a sé più dell’80% dei suoi iscritti, e ne avrebbe raggiunti molti altri, se le infrastrutture digitali di questo Paese non fossero state quelle collassate sotto i colpi tremendi dei click dei cassaintegrati. Avrebbe fatto ancor più, salvato molti altri gioielli di famiglia, se solo il valore legale del titolo di studio non fosse ormai niente più che un ‘pezzo di carta’, con il quale giustificare la propria presenza ai concorsi e nelle università. O, al massimo, il vanto del genitore in piazza e nel gruppo delle mamme. Siamo però questa nazione qui, un Paese in cui la melassa declamatoria di antiche virtù viene scambiata per serietà. Non ci accumuna più un patrimonio esperienziale trasmesso dalla scuola, ma un reddito di cittadinanza elargito dallo Stato, questo padre sempre più autoritario, che non temiamo, purché sia in cravatta e pochette.

Antonio Giovanni Pesce

 

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E buona lettura.