Quando Almirante si recò ai funerali di Berlinguer

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Articolo tratto dal quarto numero, primo mensile de «Il Caffè» del trentuno ottobre 2020. 

13 giugno 1984. Una giornata che rimarrà indelebile nella coscienza di molti, non soltanto dei cultori della politica. Fu il giorno in cui si celebrarono i funerali di una delle figure più influenti del Novecento, il segretario del PCI Enrico Berlinguer. Il corteo con la bara sfilò dalla sede del partito, in via delle Botteghe Oscure, a piazza S. Giovanni (Roma). Il tutto accompagnato dalla presenza di quasi un milione e mezzo di persone per esprimere ammirazione, ma anche amore, nei confronti dell’uomo che aveva guidato il PCI durante i difficili anni ‘70. Mentre la gente era in fila per entrare nella camera ardente, s’intravide, all’improvviso, il volto di una persona molto nota all’epoca. Stempiato, occhi chiari e baffi inconfondibili. Era proprio lui: Giorgio Almirante. Ma come? Il segretario del MSI ai funerali di Berlinguer, icona del comunismo nostrano? Ebbene sì. Ma torniamo un attimo indietro. L’11 giugno, quando Almirante seppe della scomparsa di Berlinguer, ebbe una reazione alquanto strana, ma al contempo significativa. Si chiuse in una stanza, spense la luce rimanendo completamente al buio, si mise un plaid sulla testa e iniziò a piangere. Fu una notizia che lo scosse profondamente sotto ogni aspetto. Nell’arco di tempo compreso tra la sera dell’11 e la mattina del 13 giugno, Almirante ebbe modo di prendere un’importante decisione, ossia quella di recarsi ai funerali dell’avversario di una vita che si sarebbero tenuti quel giorno stesso. Così, si alzò dal letto e andò in cucina, laddove sua moglie, Donna Assunta, stava preparando il caffè. Qualche istante di silenzio precedette le parole di Almirante, il quale, rivolgendosi alla moglie, disse: “Ho deciso, vado ai funerali”.

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Allora Donna Assunta, sorpresa e nervosa al tempo stesso, rispose: “Ma perché Giorgio? Quelli sono i tuoi nemici”. E Almirante: “Lui al mio sarebbe venuto”. A quel punto, si alzò da tavola, indossò la giacca del vestito grigio, diede un bacio in fronte alla moglie e si avviò al portone. Prima di varcare la soglia, si voltò e incrociò lo sguardo di Donna Assunta, la quale gli chiese se andasse da solo. E lui, chinando il capo, rispose di sì. Ad attendere Almirante, fuori dalla sua abitazione, vi era un’auto che l’avrebbe scortato fino a via delle Botteghe Oscure. Sebbene fossero passati pochi anni dai contrasti e dalle asprezze dei cosiddetti “anni di piombo”, la folla non lo contestò. Il leader del MSI era solo e si mise in fila come tutti gli altri. Arrivato il suo turno, venne raggiunto da Giancarlo Pajetta e Nilde Iotti, esponenti del PCI, che lo accompagnarono all’interno della camera ardente per rendere omaggio al suo avversario politico. Una volta dentro Almirante, con sguardo deciso ma affranto al tempo stesso, s’inchinò leggermente dinanzi alla salma facendosi il segno della croce. Poi, uscito dalla camera ardente, fu ricoperto da qualche fischio isolato, e rivolgendosi ai microfoni del regista Luigi Magni disse: “Non sono venuto per farmi pubblicità, ma per salutare un uomo estremamente onesto”.

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Infatti, sebbene Almirante e Berlinguer avessero idee politiche diametralmente opposte, avevano sempre dimostrato una grande onestà intellettuale che aveva trovato spazio in diversi incontri, la maggior parte dei quali segreti, che li avevano visti protagonisti. Questi colloqui, il cui tema principale era spesso il terrorismo, emersero soltanto negli anni ’90 grazie alle confidenze di Massimo Magliaro, portavoce del leader missino, al giornalista Sebastiano Messina: “La prima volta che li vidi, ebbi l’impressione che s’incontrassero quasi per caso. Era un venerdì sera e la Camera era semivuota. In quel corridoio eravamo in quattro, Berlinguer e Tonino Tatò da una parte, Almirante ed io dall’altra. I due segretari si avvicinarono lentamente e, dopo un po’ di imbarazzo iniziale, si strinsero la mano e si appartarono dietro una porta su un divano di pelle”. Terminato il colloquio, le prime parole pronunciate da Almirante al suo portavoce furono: “Quell’uomo è un avversario leale e corretto”. Pensiero ricambiato anche dal segretario del PCI. Stando a quanto si dice Almirante ammirava Berlinguer e viceversa Berlinguer ammirava Almirante. Ad oggi può sembrare un concetto assai anacronistico, dato che la politica è sempre più contraddistinta da odio e voglia di sopraffare l’altro, ma ai tempi era così.

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La visita di colui che era considerato dai comunisti come il nemico per eccellenza (definito “fascista” dai più), fu un episodio che fece molto scalpore. Alcuni, i più maliziosi, ritennero si trattasse di una semplice trovata pubblicitaria, altri invece lo considerarono come un gesto estremamente nobile e per nulla scontato. Due visioni antitetiche figlie di un conflitto ideologico tra destra e sinistra che era ancora molto forte in quegli anni. La più plausibile tra le due è indubbiamente la seconda, dato che quella degli anni ’70 e ’80 era ancora la politica del rispetto. Da una parte vi era Almirante, uomo di destra che rispettava chiunque non la pensasse come lui senza offendere e senza odiare. Dall’altra vi era Berlinguer, uomo di sinistra che non aveva bisogno di attaccare o di demonizzare nessuno. Questo rispetto reciproco lo si evinse anche dal fatto che, in occasione della morte di Almirante nel 1988, Pajetta e Iotti si recarono in via della Scrofa, sede del MSI, per ricambiare l’omaggio che il politico romagnolo aveva reso pochi anni prima al loro leader. L’omaggio di Almirante all’avversario Berlinguer, ci consente, inoltre, di effettuare un’ulteriore riflessione. Il leader del MSI era definito “fascista” dalla maggior parte dei comunisti. Questo poiché Almirante aveva aderito, sin da subito, al PNF, arrivando ad essere anche tra i firmatari del “Manifesto della razza” del 1938. Molto tempo dopo, Almirante stesso rinnegò alcune sue posizioni (come ad esempio quelle sulla difesa della razza), ma nel farlo dimostrò, a differenza di altri, una grande onestà intellettuale. Egli infatti rinnegò alcuni ideali, ma non ripudiò mai la sua adesione al partito e il periodo storico in cui visse. Detto ciò, se il leader del MSI fosse stato ancora fascista, credete che avrebbe reso omaggio al leader del PCI recandosi ai suoi funerali e mostrandosi sentitamente fragile e affranto dinanzi a migliaia di persone?

Domenico Caridi

 

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