La corsa allo spazio: da Gagarin all’Apollo 11

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Articolo tratto dal quarto numero, primo mensile de «Il Caffè» del trentuno ottobre 2020. 

Il 4 ottobre del 1957 l’Unione Sovietica stupisce il mondo intero inviando, per prima nella storia umana, un satellite artificiale in orbita, lo Sputnik. Fu una grande vittoria propagandistica sovietica in una fase storica che, nel più ampio panorama della Guerra Fredda, vedeva l’URSS in vantaggio nella corsa allo spazio. Il passo successivo sarebbe stato quello di inviare per la prima volta oltre l’atmosfera terrestre un essere umano. Gli USA portavano avanti dal 1958 il programma Mercury, volto al raggiungimento di quest’importante traguardo. Ma il vantaggio dell’URSS nel campo della tecnologia aerospaziale rimaneva piuttosto ampio e il 12 aprile del 1961 la superpotenza riuscì a stupire ancora una volta il mondo con il lancio della navetta Vostok 1. A bordo c’era colui che venne definito il primo “cosmonauta” (dal greco kosmos = universo e nautes = navigatore) della storia, il pilota sovietico Yuri Gagarin. La Vostok 1 compì una singola orbita intorno alla Terra e, dopo 108 minuti, rientrò nell’atmosfera. All’altezza di 7000 metri un sistema di eiezione permise a Gagarin di abbandonare la navetta e paracadutarsi ritornando incolume sulla superficie terrestre in territorio sovietico. L’impresa fu salutata come un passo decisivo nella storia dell’uomo e la scienza sovietica poteva vantare il ruolo di punta di diamante dello sviluppo tecnologico umano. Gli Stati Uniti si trovavano nella situazione di dover recuperare lo svantaggio, e la NASA, dal 1960 sotto la direzione del geniale scienziato tedesco von Braun, moltiplicò gli sforzi in questo senso. Il 5 maggio del 1961 Alan Shepard fu il primo americano inviato nello spazio, ma la sua navetta effettuò solo un volo suborbitale. Ancora nessun americano era stato mandato in orbita. E prima di riuscire a raggiungere questo obiettivo gli USA furono costretti ad assistere nell’agosto del 1961 ad una seconda missione orbitale sovietica con equipaggio umano.

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Nel febbraio del 1962 l’obiettivo venne conseguito con l’invio in orbita dell’astronauta John Glenn e, dopo due ulteriori missioni nell’orbita terrestre, il programma Mercury poté dirsi concluso con successo. Nonostante questi successi americani, era sotto gli occhi del mondo intero il fatto che l’URSS fosse in vantaggio sul proprio avversario nella corsa all’esplorazione dello spazio. Inoltre non bisogna dimenticare che lo sviluppo dei programmi spaziali di esplorazione rimaneva legato allo sviluppo missilistico militare. D’altronde un razzo vettore può trasportare sia una capsula con equipaggio, sia una testata nucleare. E anche in fatto di sviluppo missilistico militare, l’opinione diffusa alla fine degli anni ‘50 tra le alte cariche politiche e militari americane era quella di un profondo squilibrio in favore dell’URSS. Pochi anni dopo venne rivelato che la situazione era decisamente meno critica di quanto ritenuto fino a quel momento e che, se effettivamente esisteva una superiorità sovietica in questo campo, non si trattava comunque di una superiorità netta e decisiva. Ciò non toglie che la percezione fosse quella di un immediato pericolo, percezione rafforzata da numerosi studi dei servizi segreti americani nonché dal candidato alle elezioni presidenziali americane del 1960 John Fitzgerald Kennedy che poneva tra i punti salienti del suo programma presidenziale il recupero del supposto svantaggio missilistico, da lui battezzato “missile gap” e imputato alla gestione del presidente uscente Eisenhower. Questa polemica retorica, per quanto infondata, sarà tra i fattori alla base della vittoria di Kennedy sullo sfidante repubblicano Richard Nixon. Dati questi presupposti, una volta presidente, Kennedy, in carica dal gennaio 1961 e già costretto a subire lo smacco della Vostok 1, si trovò ancor più in imbarazzo in seguito al disastro della spedizione militare di esuli cubani alla famigerata Baia dei Porci, attuata nemmeno una settimana dopo il lancio di Gagarin sotto il patrocinio della CIA allo scopo di rovesciare il regime castrista.

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Fu a questo punto che il governo americano decise di puntare risolutamente allo sviluppo dei programmi spaziali e della tecnologia missilistica. Riguardo al secondo punto, in breve tempo l’amministrazione presidenziale considerò recuperato il missile gap, e perfino raggiunta la superiorità sull’avversario, ma ciò non rappresentò un serio motivo di preoccupazione tra gli alti vertici sovietici. D’altronde, una volta sviluppato un arsenale missilistico nucleare in grado di garantire la distruzione totale del nemico, detenere o no la superiorità quantitativa in tale ambito assumeva un’importanza relativa. Su queste basi poggiava l’equilibrio strategico militare della MAD (mutua distruzione assicurata) tra le due superpotenze. Celebre a questo proposito uno scambio di battute tra Kennedy e il leader sovietico Nikita Chruscev. All’affermazione del presidente americano «Abbiamo missili nucleari in grado di distruggervi 30 volte», il segretario sovietico rispose «Abbiamo missili nucleari in grado di distruggervi una volta sola, ed è quello di cui abbiamo bisogno». Nell’ambito di questa pericolosa escalation militare, lo spazio ne sarà risparmiato a partire dal 1967 quando circa 130 nazioni, tra cui USA e URSS, firmarono il Trattato sullo spazio extra-atmosferico. Tra le clausole più importanti del trattato il divieto di piazzare armi di distruzione di massa nell’orbita terrestre, in qualsiasi corpo celeste extra-terrestre e, in generale nello spazio, e l’obbligo di utilizzare la luna e gli altri corpi celesti esclusivamente con propositi pacifici. Pur lodando il carattere pacifico del trattato, va comunque sottolineato che esso lascia implicitamente campo libero allo schieramento di armi convenzionali nell’orbita terrestre. Per quanto riguarda i programmi di esplorazione spaziale, l’URSS ebbe invece seri motivi di preoccupazione quando, il 25 maggio del 1961, durante una sessione del Congresso, Kennedy annunciò il proposito di mandare entro un decennio un uomo sulla superficie lunare e riportarlo incolume sulla Terra. A questo obiettivo sarebbe stato dedicato il programma Apollo, avviato già durante gli ultimi mesi dell’amministrazione Eisenhower. Ulteriore supporto all’Apollo sarebbe venuto dal programma Gemini avente l’obiettivo di sviluppare tecniche e sistemi di viaggio spaziale che fornissero le basi per la futura missione di atterraggio sulla luna.

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L’Unione Sovietica annunciò ufficialmente di non essere interessata alla competizione per il raggiungimento del satellite terrestre ma, in realtà, Chruscev, e in maniera ancora più convinta Leonid Breznev, che dal 1964 successe a Chruscev nel ruolo di Segretario Generale del Partito Comunista Sovietico, non intendevano lasciare nelle mani degli USA l’iniziativa per un così importante obiettivo. Vennero perciò portati avanti in segreto programmi di esplorazione lunare con lo scopo di competere con l’Apollo. In questa seconda fase gli USA colmarono gradualmente il divario sia rispetto allo sviluppo aerospaziale e, terminato con successo il programma Gemini nel 1966, l’Apollo sembrava ormai ad un passo dal suo obiettivo. Il 27 gennaio del 1967 venne effettuata una simulazione di lancio con equipaggio umano in vista del lancio vero e proprio che si sarebbe dovuto effettuare il mese seguente e che avrebbe dovuto testare l’affidabilità in orbita di un modulo spaziale progettato per raggiungere la luna. L’equipaggio, formato dagli astronauti White, Grissom e Chaffee, entrò nel modulo alle ore 13. La simulazione del countdown fu più volte rimandata a seguito di vari problemi riscontrati nelle apparecchiature di comunicazione. Improvvisamente, alle ore 18:31, all’interno del modulo, esplose un incendio, per cause ancora oggi non chiare, che in pochi secondi investì l’intero equipaggio. I tardivi tentativi di soccorso, dovuti ad una errata progettazione del portellone del modulo, furono inutili portando al solo recupero dei corpi senza vita dei tre sventurati astronauti. Il disastro della missione di simulazione (rinominata in seguito “Apollo 1” in onore della memoria di White, Grissom e Chaffee) rallentò il lavoro della NASA che decise di fare un passo indietro compiendo alcune missioni senza equipaggio prima di ritentare l’invio di astronauti oltre l’atmosfera. Ma dalla fine del 1968 si ritenne abbastanza sicuro riprendere l’utilizzo di equipaggio umano. Nel corso delle missioni Apollo 7, 8, 9 e 10 vennero testati i nuovi moduli progettati dalla NASA (tra cui il celeberrimo LEM, il modulo lunare che consentirà la prima discesa di un essere umano sulla luna) e venne raggiunta l’orbita lunare per ben due volte. La missione successiva, l’Apollo 11, sarebbe stata quella decisiva. Gli astronauti scelti furono Michael Collins, Buzz Aldrin e Neil Armstrong. La mattina del 16 luglio del 1969 i tre salirono sul modulo di comando del razzo approntato per la missione e i motori furono accesi alle ore 13:32.

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Pochi minuti più tardi il razzo entrava nell’orbita terrestre e veniva infine messo in traiettoria verso la luna da un motore ausiliare. Il 19 luglio il mezzo, che dopo lo sgancio dei vari stadi del razzo vettore era costituito da tre moduli, vale a dire il modulo di comando, il modulo di servizio e il LEM, raggiunse l’orbita lunare percorrendola completamente per trenta volte. La discesa del LEM, con a bordo Aldrin e Armstrong, venne effettuata il 20 luglio nel Mare della Tranquillità, una depressione sul suolo lunare piuttosto estesa e pianeggiante che garantiva un atterraggio senza eccessivi pericoli e, alle ore 20:17, davanti ad una platea trepidante che seguiva la cronaca in mondovisione, venne raggiunta la superficie. Circa sei ore dopo, effettuati i dovuti preparativi, i due astronauti erano pronti alla prima escursione lunare della storia dell’uomo. Il primo a scendere dal modulo fu Armstrong e, nel momento in cui calpestò il suolo, pronunciò una frase destinata a rimanere nella storia: «That’s one small step for a man, one giant leap for mankind» («Questo è un piccolo passo per un uomo, [ma] un grande balzo per l’umanità»). Venne in breve raggiunto da Aldrin e i due passarono le successive due ore e mezza ad esplorare l’affascinante paesaggio che si stagliava di fronte a loro. Vennero raccolti diversi chilogrammi di rocce lunari, nonché scattate foto e girati filmati. Inoltre, a testimonianza dell’impresa, furono lasciati sulla luna una bandiera americana, una targa firmata dai tre astronauti, nonché dall’allora presidente Richard Nixon, che recita “Here men from planet Earth first set foot upon the Moon. July 1969 A.D. We came in peace for all mankind” (“Qui uomini dal pianeta Terra hanno per la prima volta messo piede sulla luna. Luglio 1969. Siamo venuti in pace a nome di tutta l’umanità”), e un prisma retroriflettente.

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Tale prisma sarebbe stato in futuro utile per la misurazione continua della distanza tra Terra e luna attraverso la rifrazione di raggi laser opportunamente diretti sul satellite. Risaliti sul LEM, Armstrong e Aldrin accesero i motori decollando e ricongiungendosi al modulo di comando e a Collins. Il LEM venne rilasciato nell’orbita lunare e i tre poterono intraprendere la rotta per il ritorno. Il viaggio non presentò problemi e il mezzo rientrò nell’atmosfera il 24 luglio ammarando nell’oceano Pacifico e riportando sulla Terra gli astronauti, recuperati dalla nave da guerra americana USS Hornet ed accolti in patria come eroi. L’Apollo 11 fu un successo sotto tutti i punti di vista ma, già a pochi anni di distanza, si fecero strada teorie sulla falsità del successo della missione. Secondo questa visione complottistica, nessun uomo sarebbe arrivato sulla luna nel 1969. La missione sarebbe stata una gigantesca “sceneggiata” messa su dalla NASA per le ragioni più svariate (c’è chi afferma sia stata posta in atto per non subire tagli di budget dimostrando il successo del proprio operato, chi sostiene sia una finzione avente lo scopo di dimostrare al mondo che, nonostante i precedenti smacchi, gli USA fossero riusciti a superare il rivale nella corsa allo spazio…) e tra i complici del “complotto” ci sarebbe stato perfino Stanley Kubrick, posto dalla NASA alla regia delle riprese della missione, effettuate su di uno stage predisposto all’interno di strutture segrete dell’agenzia aerospaziale. Al di là della palese assurdità di queste asserzioni, che non meritano di essere qui affrontate nello specifico, l’autore ritiene doveroso mettere a conoscenza il lettore del fatto che, in più occasioni, la comunità scientifica ha dimostrato l’infondatezza delle “teorie del complotto lunare” senza alcuna possibilità di appello.

Carlo Monti

 

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E buona lettura.