Le strategie dell’Association of South East Asian Nations nella gestione della pandemia

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Articolo tratto dal quinto numero de «Il Caffè» del sette novembre 2020. 

Era il 30 dicembre 2019 quando la dottoressa Ai Fen, responsabile della terapia d’urgenza all’ospedale di Wuhan, lanciò l’allarme sul primo caso di SARS–COV-2. Il suo racconto, inizialmente silenziato e sanzionato dalle autorità ospedaliere, fu poi ripreso dal The Guardian attraverso un’intervista al magazine cinese Renwu e divulgato da diversi utenti di Internet poco prima della censura. Il 21 gennaio scorso, a seguito della conferma dell’esistenza del virus da parte delle autorità cinesi, si registrarono nella città 1.523 contagi in un solo giorno. Così si diede il via a quella che nel giro di poche settimane sarebbe diventata un’epidemia di portata globale. Il 30 gennaio l’Oms dichiara l’emergenza globale e l’11 marzo la pandemia. Il “nemico invisibile” ha messo il mondo intero dinanzi ad una grande sfida: ad oggi le ricadute sono già evidenti e potranno diventare sempre più gravi: oltre alla crisi del settore sanitario, il Covid-19 sta mettendo in ginocchio l’economia e si prevedono scenari irreversibili sotto il profilo sia politico che geopolitico. L’ASEAN, acronimo di Association of South East Asian Nations, fu costituita nel 1967 al fine di contribuire allo sviluppo economico, sociale e culturale dei paesi del Sud-Est asiatico, assicurando al contempo la stabilità dell’intera regione. Ha sede a Giacarta ed è composta da dieci Paesi: Filippine, Indonesia, Malaysia, Singapore, Thailandia, Brunei, Myanmar (ex Birmania), Vietnam, Laos, Cambogia. Molti studiosi si stanno attualmente interrogando su quale sarà il futuro della regione nella fase di ripresa post-pandemia, considerando che il XXI° secolo era stato pronosticato come il “Secolo dell’Asia”, come spiega il politologo indo-statunitense Parag Khanna nel suo libro The Future is Asian. Infatti, sino al periodo pre-pandemia, i dieci Paesi erano considerati come uno dei maggiori motori di sviluppo del continente asiatico e dell’intero pianeta, con tassi di crescita medi annui pari al 5% (grazie anche agli ingenti introiti degli investimenti diretti esteri in entrata e del turismo). Tuttavia, lockdown prolungati e misure restrittive all’attività economica hanno messo a dura prova la tenuta di un’area centrale per il commercio mondiale.

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Nel secondo trimestre del 2020, rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente, l’economia della Malaysia si è contratta del 17,1%, le Filippine del 16,5%, Singapore del 13,2%, la Thailandia del 12,2%, l’Indonesia del 5,3%; solo il Vietnam è riuscito a contenere i danni, registrando un incremento marginale della crescita pari allo 0,4%. L’Asian Development Bank (ADB), nel recente outlook di settembre, ha confermato le prospettive negative per il totale delle economie asiatiche in via di sviluppo, stimando una contrazione annuale del Pil 2020 pari al 6,8%: il peggior risultato dal 1961. Il rimbalzo del 2021 sarà solo parziale, con una crescita prevista del 6,1%. La banca calcola in 3,6 trilioni di dollari (pari al 15% del Pil regionale) le necessità di misure fiscali per contrastare la crisi economica, in particolare attraverso politiche di sostegno al reddito. Per le economie ASEAN il crollo sembra tuttavia molto più contenuto: l’ADB stima infatti una contrazione del 2,7% nel 2020. L’International Finance Corporation (IFC), Istituzione del gruppo Banca Mondiale, evidenzia i rischi per cui la pandemia si traduca in crisi finanziaria a causa dell’aumento dei crediti deteriorati (non-performing loans). Le bancarotte nella regione del Sud-est asiatico sono stimate in aumento del 30% a causa della crisi economica innescata dall’emergenza sanitaria. A sostegno del tessuto economico e della liquidità delle aziende dell’area, l’IFC prevede di erogare più di $7 miliardi, con un focus sulle piccole e medie imprese. Dall’inizio della pandemia ad oggi i dieci Paesi ASEAN hanno attuato una serie di misure a sostegno dell’attività economica erogando complessivamente circa 355 miliardi di dollari. Il debito pubblico risulta, di conseguenza, in fase di crescita in termini di riduzione del reddito nazionale e di aumento della spesa pubblica per sanità e investimenti. Inoltre, la maggior parte dei Paesi ASEAN sta progressivamente riducendo le misure di contenimento allentando le misure di lockdown e riaprendo gradualmente i propri confini. Ad esempio Malaysia e Singapore hanno recentemente trovato un accordo finalizzato alla riapertura delle frontiere per i lavoratori e le imprese essenziali; ancora, Paesi con forti relazioni economiche come Cina, Indonesia, Corea del Sud e Singapore, hanno dato avvio a numerose green lanes (corsie verdi) con l’obiettivo di garantire viaggi senza restrizioni agli operatori economici.

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È in via di negoziazione un accordo commerciale denominato Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) tra i dieci Paesi ASEAN, Australia, Nuova Zelanda, Cina, Giappone e Corea del Sud il quale, se ratificato, coinvolgerebbe il 30% della popolazione mondiale e circa il 29% del Pil. Ancora, durante il 36° Summit ASEAN dello scorso 26 giugno, l’ASEAN ha affermato la necessità di adottare piani di rilancio economico coordinati, affinché la ripresa sia diffusa in tutta la regione; a tal fine hanno istituito il Covid-19 ASEAN Response Fund. Un altro pilastro delle cosiddette “economie emergenti” dell’ASEAN è sicuramente quello delle nuove infrastrutture sostenibili, che permetterebbe loro di liberare la loro crescita economica raddoppiando gli investimenti in infrastrutture sostenibili, al tempo stesso riducendo il consistente gap infrastrutturale per quanto concerne le infrastrutture essenziali. Questa strategia è strettamente connessa al Master Plan on Asean Connectivity (MPAC) 2025 che ha l’obiettivo di dare impulso al commercio regionale, migliorare l’efficienza delle catene del valore e della mobilità delle persone. Con l’istituzione dell’Asean Plan of Action for Energy Cooperation (APAEC), i dieci Paesi del sud est asiatico mirano, ancora, a potenziare il settore energetico riconoscendo come essenziale una transizione energetica pulita, con un target del 23% di energie rinnovabili nel mix energetico complessivo. A ciò si aggiunge la volontà di dare alle infrastrutture digitali un ruolo centrale per il rilancio della regione e per assicurare un incremento della crescita potenziale di lungo periodo. Secondo l’Asian Development Bank, economie come quella indonesiana potrebbero avere un Pil aggiuntivo di 2,8 trilioni di dollari entro il 2040, qualora si procedesse verso una profonda digitalizzazione dell’economia del Paese. In sintesi, i dieci Paesi ASEAN, al fine di gestire la pandemia e la successiva ripresa, hanno scelto la “strada” della cooperazione e della creazione di misure volte all’aiuto reciproco, come dimostra il motto che sta alla base dell’Associazione: One Vision, One Identity, One Community.

Francesca Sonedda

 

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E buona lettura.