La TV di Stato e la cultura: l’importanza di Rai Storia

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Articolo tratto dal sesto numero de «Il Caffè» del quattordici novembre 2020. 

In Italia, purtroppo, la Cultura (quella vera, quella con l’iniziale volutamente maiuscola) sta progressivamente diventando merce rara, apprezzata e coltivata da una platea sempre più ristretta. Sul punto valgono in premessa due elementi annosamente evidenti: il primo è che salvo rare e preziose eccezioni le istituzioni/amministrazioni/enti che dovrebbero occuparsene poco o nulla fanno per valorizzare e diffondere l’immenso patrimonio di tesori, abilità e conoscenza di cui il nostro Paese dispone; il secondo è che la cosiddetta massa ha una sua tanto personale quanto superficiale concezione di ciò che è cultura e spesso considera tale ciò che invece con la cultura non ha proprio niente a che fare. Proprio per questo (e per evitare che l’ignoranza continui a dilagare finendo per sommergere tutto e tutti), ci si deve senz’altro impegnare molto in questa direzione. Di esempi, nell’ambito in particolare di quest’ultimo punto, se ne potrebbero fare a centinaia. Ne scegliamo uno, che ci sembra esemplare anche per quanto concerne il ruolo e l’attività di chi dovrebbe/potrebbe fare qualcosa per migliorare il livello della formazione della già citata massa. Parliamo di televisione. Per la precisione della TV di Stato. Dalla quale, anche e soprattutto in quanto finanziata con il pagamento del canone da parte di tutti i telespettatori che guardano i programmi trasmessi, ci si potrebbe forse aspettare una maggiore attenzione a determinate finalità culturalmente di spessore.

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Senza entrare in un approfondito commento di ciò che ci viene quotidianamente sottoposto, si può senz’altro dire che al netto dei pur necessari discorsi economici e di gestione e realizzazione dei vari programmi, qualcosa in più per garantire un po’ di spazio in più alla Cultura forse potrebbe essere fatto. Ad occuparsene, nel palinsesto Rai, ci sono quasi soltanto Rai 5 (spettacoli dal vivo, documentari di arte, teatro) e Rai Storia (approfondimento), che recentemente sono state al centro di una querelle mediatica di sorprendente impatto. Ripercorrendo brevemente la vicenda, ricordiamo che qualche settimana fa era circolata l’allarmante voce che l’azienda avesse intenzione di modificare l’organizzazione, con particolare riferimento ai due canali in questione. Tale piano affonderebbe le sue radici nel preoccupante stato del bilancio della Rai, già da tempo fortemente e progressivamente sempre più in rosso (si parla, al giugno 2020, di un debito totale di 275,9 milioni di euro). Senza contare che si prevede una ulteriore perdita anche a causa del calo degli introiti pubblicitari dovuto al contesto determinatosi in seguito alla pandemia di covid19. Necessaria dunque per salvare l’azienda – questa la posizione dell’amministratore delegato Fabrizio Salini – una severa revisione della spesa e conseguente taglio dei costi.

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Il relativo programma prevederebbe, per tornare alla cultura, l’accorpamento Rai Storia e Rai 5 in un unico canale, che razionalmente rappresenterebbe una buona soluzione organizzativa ma nella sostanza dimezzerebbe l’offerta culturale di “Mamma Rai”. E pensare che non più di qualche settimana fa il titolare del Mibact Dario Franceschini, stante la crisi che tutto Paese sta attraversando e che tocca profondamente anche il settore della cultura, aveva chiesto alle tv di dare più spazio alla stessa in modo da sostenerne il mondo, duramente colpito dalla pandemia. “La televisione – queste le parole del ministro – può esercitare la propria vocazione di fondamentale industria culturale del Paese, contribuendo a mantenere vivo il legame del pubblico con quello straordinario insieme di talenti e professionalità che incarna la musica, la prosa, l’opera, la danza, il cinema e molte altre forme espressive e creative”.

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Quanto al pubblico, non appena la notizia si è diffusa moltissime voci si sono levate per protestare contro l’accorpamento dei due canali Rai. Emblematico, in proposito, il commento di un utente social secondo cui l’ipotesi in questione “rappresenta alla perfezione lo spirito del tempo in Italia. Penso che si debba lottare perché questo non accada”. E ancora: “in TV c’è spazio per la pornografia dei sentimenti, per il nulla che brilluccica, il resto è incerto. Io domando a chi dirige la principale industria culturale del Paese: siete sicuri di quello che state facendo? È questa l’interpretazione migliore dell’incarico che vi hanno assegnato?”. A questa voce se ne sono aggiunte tantissime altre, alcune molto note e altre di gente comune. Tra le prime quelle di Enrico Ruggieri, Giordano Bruno Guerri, Aldo Grasso (“Rai Storia è l’ultimo baluardo dietro cui Viale Mazzini può giustificare il suo ruolo di servizio pubblico”) e della Fondazione Feltrinelli.

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Tra le seconde quelle delle quasi 53 mila persone che in pochissimo tempo hanno aderito alla petizione lanciata su change.org dal portale divulgativo “Fatti per la Storia”. Nel testo della stessa si fa riferimento in particolare al rischio, in caso di soppressione di Rai Storia, di “ulteriormente marginalizzare la già ridotta funzione educativa e pedagogica del servizio pubblico italiano” e si rimarca l’importanza culturale e il ruolo anche sociale di un canale pubblico come quello in questione, “soprattutto in un contesto come quello attuale, in cui si taglia continuamente su scuola, università e ricerca”. La risposta di “Mamma Rai”, che inizialmente aveva preso tempo (“Non possiamo né confermare né smentire, non sappiamo quando verrà definita l’intera situazione” aveva detto l’ufficio stampa Rai ad Artribune), alla fine è arrivata. Ed è stata per fortuna positiva. In una nota diffusa il 30 ottobre, infatti, si legge che “le ipotesi relative a chiusure o accorpamenti sono riconducibili a simulazioni e scenari volti ad affrontare la situazione economica ma non c’è alcuna volontà” di procedere in tal senso. Ed anzi, l’amministratore delegato “ha confermato l’impegno per rafforzare ulteriormente l’offerta culturale della Rai in un momento particolarmente difficile per il Paese”. L’auspicio – e lo diciamo con tanta speranza ma con altrettanto disincanto – è che quanto promesso si avveri. Ne va del bene di tutti.

Cristina Di Giorgi

 

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E buona lettura.