Leonarda Cianciulli, la saponificatrice di Correggio

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Storia della serial killer italiana che negli anni 1939-’40 uccise tre donne sciogliendole nella soda caustica. All’agente di polizia che l’arrestò l’anno successivo dichiarò: “Ebbene me le ho mangiate le mie amiche, se vuole essere mangiato anche lei, son pronta a divorarlo. Le donne me le avevo mangiate una in arrosto, una a stufato, una bollita”.

Da esperti, ma soprattutto appassionati di un’Italia che fu, oggi vi proponiamo un racconto che, se non fosse successo veramente, non sarebbe mai accaduto. Se Stephen King mettesse tutto il suo impegno in un nuovo romanzo, probabilmente non ne uscirebbe uno così terrificante, anche se visto con i nostri occhi, risulta davvero tragicomico. Sì, perché i delitti di Leonarda Cianciulli non si sarebbero mai verificati, se non in un’Italia credulona e semianalfabeta, in cui streghe, maghi e maledizioni influenzavano le persone comuni più di una crisi di governo o un discorso del Duce. Infatti, la cornice del racconto è l’Italia in camicia nera, quelle del ventennio; la protagonista è Leonarda Cianciulli, nata a Montella, in provincia di Avellino, ma poi trasferitasi a Correggio, in Emilia-Romagna.

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Con la serialità di Hannibal Lecter e il grembiule da cucina tipico di ogni nonna italiana, Leonarda è passata alla storia come “la saponificatrice di Correggio”, grazie al suo modus operandi, secondo il quale, una volta uccisa la vittima a colpi di ascia, questa veniva tagliata in più pezzi e posta in un pentolone con diverse cucchiaiate di soda caustica e cotta fino a 300 gradi. Una volta diventato liquido, il contenuto del pentolone veniva vuotato nel pozzo. Sperando che il lettore non stia mangiando mentre sta leggendo, purtroppo il procedimento non terminava qui. Il sangue della vittima veniva messo in un secondo pentolone e lasciato coagulare, gli venivano aggiunti zucchero, cioccolato e farina, allo scopo di preparare deliziosi biscotti, che poi venivano consumati dagli ignari compaesani e dai figli della stessa Leonarda. In realtà, i procedimenti cambiavano a seconda della vittima, ma la scaletta più o meno era quella appena elencata. Leonarda era cresciuta in un’Italia di fine ’800, con un’infanzia che lei riteneva infelice (forse solo per giustificare la sua natura criminale), ma che gli storici hanno dichiarato assolutamente nella norma. Le cose iniziarono a incrinarsi quando Leonarda decise di sposare Raffaele Pansardi, impiegato del catasto, che non era ben visto dalla madre.

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La Cianciulli racconta nel suo memoriale (quel “suo” ha molte virgolette, perché sembra molto strano che una donna che avesse a malapena la terza elementare riuscisse a scrivere un libro da 800 pagine) che in seguito a questa divergenza di opinioni, la madre la maledì, profetizzando una vita piena di sofferenze. Come se non bastasse, in adolescenza Leonarda incontrò una zingara locale, la quale sentenziò: «Ti mariterai, avrai figliolanza, ma tutti moriranno i figli tuoi». Evidentemente, qualcuno le aveva fatto una soffiata, perché delle tredici gravidanze iniziali i primi tre morirono per aborto spontaneo, gli altri dieci appena nati. Sempre secondo il memoriale della Cianciulli, fu provvidenziale l’intervento di una strega, la quale ruppe le maledizioni e permise a Leonarda di partorire, finalmente, in santa pace. I quattro figlioli avuti diventarono per la signora dei veri e propri monumenti da proteggere. Nel frattempo, era avvenuto il trasferimento dalla Campania all’Emilia, e con questo, anche la reputazione della Cianciulli era mutata.

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A Montella, era considerata una poco di buono, disonorata e già una criminale, poiché era più volte stata arrestata per furto o rapina a mano armata. A Correggio, l’idea che i compaesani avevano di lei era totalmente diversa. Sicuramente spiccava la sua eccentricità, ma era benvoluta e stimata, affidabile e soprattutto una vera fascista. Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale, tutto cambiò. Leonarda, che era sempre più legata ai suoi figli, non poteva sopportare di perderne uno, due oppure tutti. I ragazzi erano grandi, fuori di casa: uno studiava all’università, due erano militari di leva. Tutti e tre rischiavano di essere chiamati al fronte. La figlia era la sola abbastanza piccola da essere ancora attaccata al grembiule della madre. Perciò, Leonarda si affidò nuovamente alla superstizione.

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Fu lei stessa a raccontare che, una notte, le apparve in sogno la madre, la quale le avrebbe suggerito di compiere dei veri e propri sacrifici umani, in cambio della sopravvivenza dei rampolli. La prima vittima fu Ermelinda Faustina Setti, settantenne con una profonda vena romantica, che fu avvicinata da Leonarda, con la promessa di aver trovato per lei un marito. Dopo i primi incontri, la Cianciulli aveva già convinto la Setti di non parlare dell’imminente cambio di vita con nessuno. Il giorno dell’ennesimo incontro, Leonarda si avvicinò con un’ascia e la colpì più volte. Compiuto il crimine, la trascinò in uno stanzino e la tagliò in nove parti, raccogliendo il sangue. Il resto ve lo facciamo raccontare direttamente dall’autrice: «Gettai i pezzi nella pentola, aggiunsi sette chilogrammi di soda caustica, che avevo comprato per fare il sapone, e rimescolai il tutto finché il corpo sezionato si sciolse in una poltiglia scura e vischiosa con la quale riempii alcuni secchi e che vuotai in un vicino pozzo nero. Quanto al sangue del catino, aspettai che si coagulasse, lo feci seccare al forno, lo macinai e lo mescolai con farina, zucchero, cioccolato, latte e uova, oltre a un poco di margarina, impastando il tutto. Feci una grande quantità di pasticcini croccanti e li servii alle signore che venivano in visita». Insomma, un Totò Riina ante litteram.

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La seconda vittima fu Francesca Clementini Soavi. Il procedimento fu sostanzialmente lo stesso, ma a differenza della prima, la Soavi ruppe il muro del silenzio. Anche a lei la Cianciulli aveva intimato di non rivelare a nessuno dei loro rapporti, ma la vittima non la ascoltò e ne parlò con la vicina di casa, la quale però non denunciò la scomparsa e la Soavi si andò a perdere tra le miriadi di morti che si contavano ogni giorno a causa della guerra. La terza vittima invece, fu quella che mise fine alla foga assina di Leonarda Cianciulli. Virginia Cacioppo, soprano abbastanza conosciuto in città, fu assassinata nel 1940. La serial killer aveva promesso di averle trovato lavoro in un teatro di Firenze, ma anche con lei si assicurò che l’offerta non venisse saputa in paese. Anche la Cacioppo però non mantenne la promessa, confidandosi con un’amica. Poi scomparve. La Cianciulli parlò di lei alle autorità in questi termini: «Finì nel pentolone, come le altre due; ma la sua carne era grassa e bianca: quando fu disciolta vi aggiunsi un flacone di colonia e, dopo una lunga bollitura, ne vennero fuori delle saponette cremose. Le diedi in omaggio a vicine e conoscenti. Anche i dolci furono migliori: quella donna era veramente dolce».

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La polizia non poteva rimanere inerte e iniziarono le indagini. A farne le spese fu il figlio, il quale fu messo dentro per essere complice della madre. Come già detto, la forte protezione che la Cianciulli desiderava per i figli la portarono a confessare di essere l’unica responsabile degli avvenimenti. Il figlio fu rilasciato e lei iniziò a parlare. In primis, ammise solo l’uccisione della terza vittima, la Cacioppo, con particolari macabri che fecero rabbrividire lo stesso commissario Serrao. In seguito, ma solo dopo due lunghi interrogatori, confessò all’agente di Polizia Valli l’uccisione delle altre due donne: «Ebbene me le ho mangiate le mie amiche, se vuole essere mangiato anche lei, son pronta a divorarlo, le scomparse me le avevo mangiate una in arrosto, una a stufato, una bollita». Si narra che dopo aver ascoltato queste parole, l’agente Valli scappò in bagno a vomitare e che, una volta a casa, non chiuse occhio per due notti.

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Effettivamente, lo sguardo della signora Cianciulli mette i brividi ancora oggi. Al processo, la donna si difese raccontando più e più volte il sogno in cui la madre gli apparve, senza mai negare di essere la responsabile dei delitti. La difesa puntò sulla totale infermità mentale, richiamando in aiuto lo psichiatra Filippo Saporito che, seguace di Lombroso, confermava questa tesi. Il giudice concesse solo la semi-infermità e Leonarda fu condannata a trent’anni di reclusione, di cui tre in manicomio. Di fatto, dal manicomio non uscì più, morendo il 15 ottobre 1970, a Pozzuoli. Secondo la leggenda, durante il processo venne accompagnata all’obitorio, dove gli fu chiesto di smembrare un cadavere. Lo fece in soli dodici minuti.

Alessandro Randi

 

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E buona lettura.