Il ruolo del farmacista vaccinatore

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L’occasione della pandemia deve essere propedeutica alla revisione di una figura professionale fondamentale per il Servizio Sanitario.

La pandemia Covid-19 ha mostrato come il modello attuale di sanità italiana sia carente soprattutto nell’organizzazione della medicina territoriale. Quello che fino a pochi decenni fa era un presidio presente e funzionale, distribuito capillarmente su tutto il territorio, ha mostrato la sua incapacità di rispondere all’onda d’urto sanitaria ed emozionale che la pandemia Covid-19 ha scatenato nella popolazione. A differenza della medicina territoriale, la Farmacia ha continuato ad assolvere il compito di approvvigionamento dei farmaci, dei presidi e del consiglio clinico in presenza e su tutto il territorio anche nelle condizioni di lockdown totale. La figura del farmacista ha riacquisito quelle che erano le sue prerogative fondamentali di ascolto, consiglio e pronto intervento che negli ultimi anni erano state soppiantate da una propensione più al marketing commerciale. Sebbene infatti il farmacista rientri nell’elenco delle professioni sanitarie (D.Lgs. 08.08.1991, n°258) il suo ruolo come operatore sanitario, sia ai fini contrattuali che professionali, si è negli anni andato svuotando. L’occasione della pandemia quindi deve essere propedeutica alla revisione, e perché no, alla riabilitazione di una figura professionale fondamentale per il Servizio Sanitario. In questi giorni si è infatti aperto il dibattito sulla possibilità di effettuare le vaccinazioni, in specifico quelle per il Sars-Cov-2, nelle farmacie utilizzando appunto i farmacisti come operatori sanitari idonei all’inoculazione. Altri paesi europei si erano già mossi in questa direzione negli anni precedenti per le vaccinazioni influenzali sfruttando appunto la competenza dei farmacisti ma soprattutto la capillarità del servizio.  Anche nei punti più remoti c’è un presidio farmaceutico attivo, a differenza di quello medico. In paesi come Portogallo, Irlanda, Francia, Germania, Austria, Inghilterra hanno adeguato le normative andando verso la figura del farmacista vaccinatore.

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Precursori in questo ovviamente sono stati gli USA dove il primo progetto pilota (1994-2009) ha dato risultati incredibili con aumenti a doppia cifra delle percentuali di vaccinazione. Oggi infatti la vaccinazione in farmacia in USA è estremamente efficace, aumentando notevolmente la distribuzione dei vaccini. Stesso successo in Canada dove i tassi di vaccinazione contro l’influenza sono drasticamente aumentati con l’aumento dell’accessibilità e della comodità dei servizi offerti dalle farmacie comunitarie. In Portogallo, a partire dal primo anno di attuazione del servizio, circa il 40% di tutti i vaccini contro l’influenza sono stati somministrati nelle farmacie. Dall’analisi dei paesi dove questo servizio è già attivo emerge chiaramente come i farmacisti possano fornire un contributo importante ai processi d’immunizzazione e di salute pubblica. L’accessibilità e la capillarità delle farmacie le rendono il primo punto di contatto tra i pazienti e il servizio sanitario, offrono quindi la possibilità di espandere facilmente sul territorio il servizio di immunizzazione. A ciò si aggiunge, banalmente ma poi non tanto, l’orario di apertura delle farmacie che favorirebbe sia i lavoratori che i non lavoratori e la loro presenza anche in zone rurali e isolate. I farmacisti inoltre possono essere coinvolti nelle procedure di approvvigionamento dei vaccini, dalla produzione all’acquisizione, allo stoccaggio e alla distribuzione (la famosa catena del freddo indispensabile per tanti farmaci e non solo per i vaccini). Da tutte queste considerazioni ed esperienze sul campo non si capisce come mai in Italia ci sia ancora questa reticenza ad usare questa figura professionale al massimo delle sue possibilità e capacità, peraltro sancite da un decreto legislativo già in vigore.

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Infatti già per legge al farmacista e’  consentito  l’esercizio  delle  seguenti  attività professionali: preparazione della forma farmaceutica dei medicinali; fabbricazione e controllo dei medicinali; controllo dei medicinali in un laboratorio  di  controllo  dei medicinali; immagazzinamento, conservazione e distribuzione dei medicinali nella fase di commercio all’ingrosso; preparazione, controllo, immagazzinamento e distribuzione  dei medicinali nelle farmacie aperte al pubblico; preparazione, controllo, immagazzinamento e distribuzione  dei medicinali negli ospedali; diffusione di  informazioni  e  consigli  nel  settore dei medicinali. Si sta invece cavillando sull’atto dell’inoculazione definendolo come solo “atto medico” ma la legge italiana non ha mai previsto un mansionario per i medici e, peraltro, lo ha abolito per gli infermieri. Si potrebbe specificare meglio definendo l’inoculazione “atto proprio del medico” ma anche in questo caso si incorrerebbe in errore perché comune con altre professioni. Ma ha così importanza elencare o assegnare compiti e mansioni specifiche di ciascuna professione? Ogni elenco comporta un suo contrario e crea un riferimento oggettivo che poi andrebbe adattato caso per caso in un circolo vizioso. In concreto le definizioni hanno un grosso margine di rischio. Il medico, l’infermiere, il farmacista, laureati e iscritti all’albo, possono svolgere prestazioni nell’interesse dell’individuo e della collettività, purché questa sia accettata dalla comunità scientifica e ricompresa nelle regole della deontologia. Mai come in questa occasione si dimostra che il sistema paese Italia non riuscirà a fare quel salto in avanti perché legato ancora a vecchi schemi corporativi oramai anacronistici e, in questo caso soprattutto, lesivi della salute pubblica.

 

Dr.ssa Giorgia Arcamone

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E buona lettura.