L’arma formidabile

Articolo tratto dal terzo numero de «Il Caffè» del ventiquattro ottobre 2020. 

Partecipando alla versione online del festival èStoria 2020, ho avuto la fortuna di lavorare con due storici davvero bravissimi, Luigi Mascilli Migliorini e Frank Snowden, grandi esperti di guerre napoleoniche: il nostro incontro era dedicato all’impatto delle epidemie su due campagne in particolare, tra le molte intraprese da Napoleone: quella di Haiti e quella, assai più nota, di Russia. In entrambi i casi, le condizioni climatiche estreme, le difficoltà di approvvigionamento, la fatica e la debilitazione delle truppe, hanno letteralmente falcidiato gli eserciti francesi, riducendoli al pallido fantasma di ciò che essi erano all’inizio delle operazioni. In altre parole, sia ad Haiti che in Russia, non ci fu neppure bisogno di combattere: furono le malattie e i disagi a sconfiggere il nemico e il vero campo di battaglia fu la spedizione stessa, con la sua scarsa igiene, la sua acqua e i suoi cibi contaminati, col caldo soffocante o con il gelo più feroce. Uno dei punti su cui tutti e tre convenimmo fu quello dell’utilità militare della malattia: in definitiva, se si attira l’esercito avversario in un contesto territoriale a noi ben noto e cui siamo perfettamente abituati, mentre per lui esso è affatto estraneo, le possibilità che, tra le sue fila, insorgano epidemie e pestilenze è altissima. Epidemie cui, giocando in casa, noi risulteremmo immuni, vuoi per gli anticorpi sviluppati nel tempo, vuoi per l’adattamento fisico al clima. In altre parole, l’epidemia è un’arma formidabile, senza bisogno di scomodare agenti patogeni sviluppati per l’uso militare, che, spesso, si rivelano un’arma a doppio taglio, esattamente come gli aggressivi chimici nella Grande Guerra.

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Questa considerazione mi porta a riflettere sulla diffusione e sulle caratteristiche del Covid19: esso ha tutto l’aspetto di un’arma, anche se, probabilmente, è nato veramente da disgustose ibridazioni e da condizioni igieniche apocalittiche, a Wuhan, in Cina. Insomma, se il coronavirus non è nato come un’arma, pure così si comporta e ottiene gli stessi effetti che otterrebbe un’arma: sfugge alle capacità di controllo, agisce in modo anomalo, non appare contenibile a breve. E, come un’arma batteriologica, mette in ginocchio il nemico, subdolamente. Il punto è che il nemico è il mondo o, perlomeno, il mondo occidentale. Un mondo occidentale che continua a fingere di non capire: che si comporta come se davvero credesse che tutto, alla fine di questa campagna catastrofica, possa tornare ad essere come prima. Il fatto, poi, che rende ancora più devastanti le conseguenze di questo morbo che, alla fine, è soltanto un’influenza, un po’ più grave e un po’ più veloce, è che esso agisce sulla nostra vera debolezza. Che non è immunitaria, bensì piscologica: il terreno ignoto ed ostile in cui andremo a morire, come i granatieri della Grande Armée, è la nostra inadeguatezza psicologica, la nostra monumentale vigliaccheria culturale. In pratica, non abbiamo gli anticorpi mentali per difenderci da questa minaccia: non siamo capaci di reazioni controffensive.

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Così, questa guerra l’abbiamo già persa, essendo incapaci a combatterla. E se questa è una guerra, sia pure involontariamente scatenata, la storia ci insegna che, dopo una guerra di queste dimensioni, le cose non potranno assolutamente essere come prima: stiamo andando incontro a rovesciamenti epocali, a modifiche sostanziali. È stato così decine di volte, nella storia degli ultimi mille anni: eventi apocalittici, conflitti, pestilenze, perfino variazioni climatiche, hanno procurato accelerazioni nel cambiamento, quando non autentici capovolgimenti economici, culturali, demografici. E anche stavolta andrà così: gli elementi ci sono tutti, dall’apice del picco di crisi alla palese insostenibilità di certi stili di vita, di certi sistemi produttivi, di certe economie. Per cui, per concludere, mi domando perché mai nessuno abbia il coraggio o la lucidità di affrontare la questione del Covid19 come affronterebbe analoghe questioni, lontane da noi nel tempo e nello spazio, dato che, alla luce dell’esperienza pregressa e della semplice logica, tutto appare piuttosto chiaro. Tanto da cominciare ad attrezzarsi per il dopo-crisi: temevamo tanto il ‘day after’ nucleare, mentre andiamo incontro a quello socioculturale come se stessimo andando al mare per il fine settimana. Mala tempora currunt sed peiora parantur.

Marco Cimmino

 

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E buona lettura.