Tiriamo le somme su Sanremo, grandi cantanti e qualche stonatura

A due settimane dalla sua fine possiamo dirlo: Sanremo, la festa è finita. 

Ero indeciso se scrivere qualcosa sul tanto atteso e criticato Festival di Sanremo, non sapevo se ne valesse davvero la pena ma dato che tutto il popolo ne sta parlando ed io faccio parte della combriccola, ne parlerò o meglio, ne scriverò. Partiamo subito dalla fine, hanno vinto i Maneskin ed io non me lo aspettavo, anche perché dato l’andazzo delle ultime edizioni, mai avrei pensato che trionfasse il “rock”, detto tra virgolette. La canzone si intitola «ZITTI E BUONI» tutto in maiuscolo. Già si può capire la durezza del testo, l’arrabbiatura e tutto quello che ne consegue ma, niente di eccezionale. Un sound lineare, orecchiabile, senza fronzoli né assoli di chitarra, peccato. Sta di fatto che ha finalmente trionfato di nuovo la musica suonata con strumenti e non con computer e microfoni che ti rendono la voce da alieno. L’ultimo ad aver vinto la kermesse con una canzone prettamente rock, é stato Enrico Ruggeri nel 1993 con Mistero e prima di lui nessuno. Era l’anno della scoperta di Laura Pausini e dei fischi da parte della platea quando Baudo lesse sullo schermo la quinta -meritava se non la vittoria, il podio- posizione di Renato Zero con la canzone Ave Maria.

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Ovviamente come festival che si rispetti, non sono mancate le polemiche finali; Willie Peyote -concorrente in gara con la canzone Mai dire mai (la locura), posizionatosi sesto- ha criticato Francesco Renga ed Ermal Meta. Egli ha definito quest’ultimo «ruffiano» per avere portato, la serata delle cover, la canzone Caruso di Dalla, proprio il 4 marzo, giorno del compleanno del cantautore bolognese. Comunque, la performance di Meta, è stata molto gradita. Non c’è ruffianeria in Meta ma solo presunzione in questo rapper semisconosciuto e maleducato. L’altra polemica interessante è stata la scalata fino alla seconda posizione di Fedez e Francesca Michielin -chiamami per nome- dopo che la moglie dell’influencer, Chiara Ferragni, in una storia di instagram ha intimato i suoi seguaci a votare per il marito. Terzo in classifica vi è Ermal Meta con la canzone Un milione di cose da dirti. Indiscutibile la dote canora del cantante, che quel palco lo conosce ormai molto bene e tutte le volte che ha partecipato al Festival, ha sempre vinto premi ed è arrivato sul podio, vincendo nel 2018 l’edizione in coppia con Fabrizio Moro con la canzone Non mi avete fatto niente. Il critico musicale Paolo Giordano, titola sul Giornale «il Festival delle stecche» e non si può dargli torto, quelle succedono sempre.

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Prendiamo in considerazione il caso dell’ospitata di Fausto Leali. Conosciamo tutti la sua grandezza vocale e non a caso è sempre stato soprannominato il “negro bianco” grazie alla sua voce da tipico bluesman americano anni cinquanta. Purtroppo, il web è colmo di professoroni e maestri che vogliono insegnarti quello che nemmeno loro sanno e le critiche al cantante bresciano non sono mancate. Permettetemi di chiosare un attimo. Capita a tutti di sbagliare, anche ai migliori e soprattutto quando hai settantasei anni e usi la voce per cantare da almeno cinquantacinque anni. A Leali, durante l’interpretazione di Io amo, è venuto il classico “raspino” in gola nel momento e nel posto sbagliato come scrive sul suo profilo Facebook il cantante Maurizio Vandelli. Fausto Leali però non canta in playback e non usa nemmeno l’autotune come questi qua che oggi si fan chiamare artisti, trapper e compagnia. Vi do uno scoop, cari criticoni: dal vivo questo succede, è la musica ed è giusto che sia così. Siamo arrivati ad abituarci a non comprare più dischi, a basarci sulle classifiche di Spotify per dire «quello è al primo posto e quindi è bravo», ad accontentarci di quello che le radio trasmettono e puntualmente, se nella canzone, è presente un assolo di chitarra, lo speaker ci parla sopra o taglia direttamente la canzone. Che tristezza! Beh, Fausto Leali solamente col brano A chi, ha venduto quattro milioni di copie reali e non digitali, conquistandosi quattro dischi d’oro nel lontano 1967. Direi che sul palco di Sanremo se facessimo due conti, ha venduto più dischi lui di tutti quelli che erano in gara messi assieme.

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Al di là di tutte queste grandi voci, fra questi big al festival -alcuni non li conoscevo ma oggi per essere famoso basta avere i followers-, chi sa se qualcuno è in grado di gestire un tour e cantare due ore di fila per sera, dal vivo e senza basi registrate. Un grosso punto interrogativo. Però, il festival si è concluso, complimenti a tutti ma in particolare a Bugo che, nonostante le ultime posizioni, ha portato una canzone con ritmo e con un testo diverso dai soliti temi con intoppi amorosi. In un post sui suoi social esordisce dicendo «non sarò il più intonato di tutti ma almeno sono sincero». Viva la musica!

Marco Crotti

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E buona lettura.