«Quel vento di libertà che non si può ignorare»

Il saluto d’ingresso del nuovo direttore Augusto Minzolini ai lettori de “il Giornale”

«Due giorni fa ci ha lasciato Livio Caputo, una delle firme storiche del Giornale da quando fu fondato da Montanelli. Livio ha diretto in queste settimane la testata dal letto di morte, dimostrando quell’attaccamento al mestiere proprio di un grande professionista, di quelli che non esistono più. Tutto ciò per dire che il mestiere del giornalista nella sua interpretazione migliore può essere intrapreso, svolto, coniugato con una sola parola: passione. È un mestiere che ti prende la vita e a cui dedichi una vita. Una vocazione, insomma, una missione» con queste parole commuoventi ha voluto esordire in una sorta scambio della staffetta alla direzione del quotidiano di via Negri, 4.

Poi il neodirettore fa una triste e lucida analisi della crisi del giornalismo: «basterebbe rifarsi all’antico motto, che recitava “La notizia prima di tutto”. Invece, la notizia talvolta viene «mediata», “piegata” a fini di parte, o, peggio, “ignorata”. È quello che avviene nei regimi conclamati, in quelli nascosti, e in quelli che hanno una natura tutta particolare, cioè quelli “mediatici” o, peggio ancora, mediatico-giudiziari, quelli che trasformano l’informazione in un coro che esulta sotto il patibolo o la ghigliottina di turno. Una parolaccia per qualsiasi liberale. Un insulto per “il Giornale” che – proprio sotto la testata – ha scolpito  sotto la testata la frase “DAL 1974 CONTRO IL CORO” . E così continuerà ad essere, senza se e senza ma». Poi auspica infine «un confronto all’insegna del pragmatismo e del dialogo, con chi ha opinioni diverse. Sempre nel rispetto, ma senza nutrire paure o timori».

Il primo editoriale di Minzolini si conclude poi con un “P.S.” che vale come la consegna di una dichiarazione di guerra all’ambasciatore di un paese straniero: «Appunto, rispetto. A Marco Travaglio, che millanta una discendenza diretta da Montanelli e sprizza veleno da tutti i pori perché da mesi fa a botte con la notizia che Giuseppe Conte non è più a Palazzo Chigi, si attaglia un giudizio che il grande Indro dedicò ad un giornalista ben più degno di lui: “Conosco molti furfanti che non fanno i moralisti, ma non conosco nessun moralista che non sia un furfante”. Ad una tale patacca del giornalismo nostrano (non ricordo scoop del personaggio a parte le “carte” di qualche Pm amico), che si diletta a leggere il casellario giudiziario tranne il lungo capitolo dedicato a lui alla voce “diffamazione”, non dedicherò più una parola»

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