Il solstizio di sangue: l’autoaffondamento della Hochseeflotte

Centodue anni fa, il 21 giugno 1919, a Scapa Flow, nelle Isole Orcadi, l’ammiraglio Ludwig von Reuter autoaffondava la flotta tedesca a pochi giorni dalla firma del trattato di Versailles. I nove marinai che si inabissarono con la flotta furono le ultime vittime della Grande Guerra.

Relegata in una condizione di inattività in seguito alla battaglia di Helgoland (17 novembre 1917), la flotta d’alto mare tedesca (Hochseeflotte) era giunta pressoché integra in mani avversarie. A pesare su un destino così inglorioso non aveva contribuito unicamente la volontà dell’ammiraglio Scheer (1863-1928), succeduto al moribondo Hugo von Pohl (1855-1916) nelle vesti di Comandante Supremo, di spostare il fulcro delle operazioni belliche sugli U-boote, ma anche il verificarsi di gravi episodi di insubordinazione: piuttosto emblematico era stato l’ammutinamento divampato a Wilhelmshaven il 29 ottobre 1918, presto allargatosi ai marinai di stanza a Kiel (3 novembre) e in molte altre città della Germania[1].

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Con la sottoscrizione dell’armistizio di Compiègne, nella tarda mattinata dell’11 novembre, le potenze vincitrici avevano quindi disposto il trasferimento delle navi in un porto neutrale o, qualora ciò non fosse stato fattibile, all’interno di una struttura dislocata sul loro territorio. È bene puntualizzare quanto un simile accordo, invero soluzione provvisoria nell’attesa che i colloqui di pace chiarissero il futuro delle forze armate di Weimar, nascesse dall’impossibilità nel garantire una vera e propria comunione d’intenti: i governi francese e italiano avevano infatti manifestato il desiderio di procedere con una spartizione delle unità, laddove Londra e Washington facevano pressioni affinché venissero demolite. In ogni caso, a fronte del diniego opposto dalla Norvegia e dalla Spagna alla richiesta di internamento, la Hochseeflotte sarebbe salpata per la sua ultima crociera nel pomeriggio del 17, approdando nella rada di Scapa Flow dopo circa una settimana di navigazione[2].

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I mesi successivi trascorsero all’insegna di una routine alienante dove la noia, il cibo pessimo e la nostalgia di casa minarono irrimediabilmente lo spirito degli uomini; numerose testimonianze riferiscono peraltro di imbarcazioni infestate da enormi colonie di ratti, mentre la scarsità di vitamine e nutrienti avrebbe favorito l’insorgere di serie patologie[3]. Allo stesso modo, l’assenza di novità sull’andamento dei negoziati giocò un ruolo chiave nell’instaurare un clima di profonda incertezza, alimentando il timore per cui gli inglesi potessero impadronirsi della flotta in qualsiasi momento[4]. Con l’arrivo di maggio, quando iniziarono a trapelare le prime indiscrezioni sulla durezza dei termini imposti dagli Alleati, il contrammiraglio Ludwig von Reuter (1869-1943) decise finalmente di spezzare l’impasse, elaborando un piano articolato per l’affondamento del naviglio[5]. L’occasione ideale si sarebbe presentata in concomitanza del giorno stabilito per la firma del trattato di Versailles, il 21 giugno 1919: traendo vantaggio dal miglioramento della situazione meteorologica, il 1st Battle Squadron aveva preso il largo per condurre un’esercitazione sull’impiego dei siluri, lasciando così a un pugno di cacciatorpediniere il compito di vigilare sugli internati[6]. Alle 11:20, non avendo ancora ricevuto notizie dalla madrepatria[7], l’ufficiale tedesco fece dunque trasmettere un messaggio ermetico e solo all’apparenza innocuo:

Paragrafo 11[8]. Confermato.

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Fu allora che gli equipaggi spalancarono le valvole di sicurezza e le paratie stagne, distruggendo nel processo l’intricato sistema delle tubature per l’acqua[9]. Perché questi interventi dessero i frutti sperati bisognò attendere meno di un’ora, quando la corazzata Friederich der Große cominciò a sbandare sulla dritta (12:16) per poi capovolgersi del tutto. Una sorte analoga sarebbe ben presto toccata alla gemella König Albert (12:54) e a diverse altre unità: l’incrociatore SMS Moltke[10] (13:10), veterano di innumerevoli scontri con la leggendaria Grand Fleet; il formidabile Seydlitz (13:50), sopravvissuto alla battaglia dello Jutland (31 maggio-1 giugno 1916) malgrado i notevoli danni subiti; la fiammante Bayern (14:30), entrata in servizio neppure tre anni prima. Per poter cogliere appieno il dramma di quegli attimi, è sufficiente consultare la testimonianza rilasciata anni dopo da James Taylor, all’epoca uno studente quindicenne iscritto presso la scuola superiore di Stromness[11]:

Improvvisamente, senza il minimo preavviso e in maniera simultanea, le gigantesche imbarcazioni cominciarono a inclinarsi a babordo o a tribordo; alcune si rovesciarono, inabissandosi con la prua e sollevando la poppa al di fuori dell’acqua […] Dagli impianti per la ventilazione si sprigionavano vapore, olio e aria, emettendo uno spaventoso sibilo ruggente. […] Mentre guardavamo attoniti e in silenzio, il mare si riempì per miglia di scialuppe, amache, giubbotti di salvataggio e bauli; in mezzo ad essi, centinaia di persone stavano lottando per la propria vita. […] Allontanandoci da questa scena raccapricciante, vedemmo un’ultima grande corazzata scivolare giù con la chiglia sollevata, quasi fosse una mostruosa balena.

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Nel complesso, su un totale di 74 navi da guerra che avevano servito nella Kaiserliche Marine, poco più di una ventina sarebbero sfuggite all’ecatombe[12], in parte grazie agli sforzi profusi dai britannici nel farle arenare sui fondali costieri. Si ritiene inoltre che almeno nove naufraghi siano deceduti nel corso dell’operazione, colpiti dalle sentinelle mentre tentavano di raggiungere la sicurezza della terraferma[13]. Eppure, ciò che emerge con chiarezza da un simile episodio è il fatto che abbia contribuito a riaccendere, in un Paese prostrato da una pace cartaginese foriera di terribili conseguenze, un sentimento misto di orgoglio e di ammirazione. Commentò in proposito Reinhard Scheer, in un’intervista concessa al quotidiano statunitense Times Publishing Company:

Gioisco! L’onta della resa è stata cancellata dall’egida della nostra flotta. L’affondamento di quelle navi ha dimostrato che il suo spirito non è morto.

Niccolò Meta

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[1] La scintilla della ribellione fu innescata dal tentativo del grandammiraglio Scheer, in accordo con il nuovo comandante della Hochseeflotte Franz von Hipper (1863-1932), di lanciare un’ultima sortita contro la Royal Navy. L’operazione prevedeva il dispiegamento di una squadra navale forte di 18 corazzate e 5 incrociatori da battaglia, la quale avrebbe dovuto ingaggiare la Grand Fleet in uno scontro risolutivo. In ultima istanza, un simile colpo di coda avrebbe permesso di continuare le trattative con gli Alleati da una posizione di forza, ottenendo condizioni più favorevoli per concludere l’armistizio.

[2] Prima di raggiungere la destinazione finale, la flotta tedesca si diresse nell’insenatura del Firth of Forth, dove trovò ad attenderla centinaia di navi alleate. Qui avrebbe ricevuto disposizioni di ammainare la propria bandiera e non issarla fino a nuovo ordine: un provvedimento inutile, motivato dal solo desiderio di umiliare l’antico avversario.

[3] L’insieme di questi fattori fece sì che, durante il periodo di internamento, 17.675 marinai su 20.000 venissero rimpatriati in Germania.

[4] Benché fossero state internate a garanzia dell’armistizio, le unità che componevano la Hochseeflotte restavano proprietà del governo tedesco. Per questo motivo la guarnigione inglese era diffidata dal mettervi piede, almeno finché i colloqui di pace non ne avessero determinato le sorti.

[5] Non esiste una precisa indicazione sulla “paternità” del piano: nelle sue memorie, von Reuter rivendicò di aver preso questa decisione in piena autonomia; viceversa, l’ammiraglio Erich Raeder (1876-1960) riferì di notevoli pressioni esercitate dall’esterno, in particolar modo dal capo dell’ammiragliato Adolf von Trotha (1868-1940).

[6] Benché il comandante del 1st Battle Squadron avesse chiesto di incrementare la sorveglianza armata, il suo superiore Charles Madden (1862-1935) ordinò di condurre ugualmente l’esercitazione: il piano per impadronirsi della flotta era stato infatti fissato per la notte tra il 21 e il 22 giugno, e non vi era alcun indizio che lasciasse intuire le vere intenzioni di von Reuter.

[7] Per consentire la chiusura delle trattative di pace, lo scadere dell’armistizio era stato posticipato alle ore 19:00 del 23 giugno. Nondimeno, questa informazione era del tutto sconosciuta ai tedeschi, i quali temettero che il loro Paese potesse essere nuovamente in guerra con gli Alleati.

[8] “È mia intenzione affondare le navi solo se il nemico tentasse di appropriarsene senza il benestare del nostro governo. Se questo dovesse accordarsi sulla loro cessione, allora procederemo con la consegna, tra l’eterno disonore di chi ci ha messo in questa posizione”.

[9] Per impedire qualsiasi tentativo di salvataggio, gli uomini a bordo dell’incrociatore Derfflinger danneggiarono persino le filettature delle valvole di sicurezza, gettandone le manopole fuoribordo.

[10] L’acronimo SMS sta per “Seiner Majestät Schiff”, letteralmente “Nave di Sua Maestà”.

[11] Tra coloro che assistettero all’episodio, infatti, vi era una scolaresca di 160 ragazzi in gita sul battello Flying Kestrel.

[12] Come ultimo gesto di sfida, gli equipaggi issarono la bandiera tedesca sulle loro navi, contravvenendo in tal modo alle disposizioni lasciate dall’ammiraglio John Jellicoe (1859-1935).

[13] È opportuno sottolineare come i naufraghi non disponessero di alcun tipo di arma.