Ddl Zan, limiti e ambiguità di una legge concepita male

Alcune riflessioni sul disegno di legge che, da mesi, è al centro del dibattito politico – e non solo – del nostro Paese.

Prima di effettuare qualsiasi tipo di riflessione è bene partire dal principio: che cos’è il ddl Zan? Si tratta di un disegno di legge proposto da Alessandro Zan, deputato del Pd e attivista della comunità Lgbt (Lesbica, gay, bisessuale, transgender), che ha come obiettivo – dicono i sostenitori – quello di combattere l’omolesbobitransfobia (no, non è una supercazzola). Per spiegarlo in un modo comprensibile anche a noi comuni mortali, il ddl Zan è un provvedimento che – sempre secondo i sostenitori di questo disegno di legge – va a tutelare maggiormente i diritti degli omosessuali, soggetti a continue discriminazioni. Il testo è stato approvato alla Camera in prima lettura il 4 novembre 2020. Poi la palla è passata alla Commissione Giustizia del Senato che, dopo alcune resistenze da parte di Lega e Fratelli d’Italia (entrambi contrari al provvedimento), lo ha calendarizzato anche al Senato in modo che possa iniziare la discussione per l’approvazione definitiva. Dunque, il ddl Zan ci viene presentato come una norma di civiltà ed inclusione finalizzata ad educare una società retrograda e omofoba. Peccato che la realtà sia ben diversa. Innanzitutto perché l’emergenza omofobia in Italia non esiste: le segnalazioni relative a crimini o discorsi d’odio contro l’orientamento sessuale o l’identità di genere che ogni anno, in media, arrivano all’Oscad, l’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori, sono soltanto 35.

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Appena 316 casi dal 2011 al 2019. Tra l’altro si tratta di semplici segnalazioni, non reati veri e propri, che alla fine saranno anche meno. In secondo luogo perché siamo dinanzi ad una legge che, qualora entrasse in vigore, non tutelerebbe un bel nulla ma andrebbe a rimodulare  – con una presunzione ideologica sconcertante  – alcuni fondamenti consolidati della natura umana e della società. Inoltre andrebbe anche ad introdurre un vero e proprio “reato d’opinione”, mettendo seriamente a repentaglio la libertà d’espressione. Ma entriamo nel merito. L’ordinamento italiano – e quindi anche la legge Mancino, la numero 122 del 1993 che il ddl vuole modificare – tutela già ampiamente le persone soggette a manifestazioni di odio e violenza per qualsiasi motivo, tant’è vero che le aggressioni a persone omosessuali vengono sempre perseguite dalle forze dell’ordine al pari di tutte le altre forme di discriminazione. Ergo, inserire un’aggravante specifica non ha senso. Sarebbe opportuno concentrarsi sul reato in sé e non sulla categoria a cui appartiene chi lo subisce. Anche perché andando avanti così, tra qualche anno, inseriremo – probabilmente – anche i barboni tra le categorie da tutelare. Capite bene che il rischio è quello di dar vita ad un circolo vizioso dal quale sarà difficile uscire. Chiarito questo, soffermiamoci adesso sugli articoli del disegno di legge che presentano le maggiori criticità.

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Nell’articolo 1 s’introduce accanto al concetto di “sesso”, inteso dal punto di vista biologico o anagrafico, quello di “identità di genere”: “Per identità di genere si intende l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione”. Tuttavia la coesistenza di questi due concetti, sesso e identità di genere, è praticamente impossibile in quanto l’uno esclude l’altro: il secondo si basa su un’auto-percezione soggettiva che può anche essere diversa dal dato di fatto biologico del primo. Inoltre questa soggettività – e la conseguente indeterminatezza generata – si pone in contrasto con il punto di vista meramente giuridico in quanto la legge necessita di certezze oggettive. Certezze che in questo caso sono completamente assenti. Oltretutto molti sono dell’idea che l’identità di genere tenda a cancellare la differenza sessuale per avvalorare una indistinzione dei generi. Tesi altamente condivisibile dato che i fan della “teoria gender” sono gli stessi che considerano le differenze tra maschio e femmina come dei “retaggi culturali” da superare, quando in realtà non è e non deve essere così. La natura umana non si può modificare, specialmente se tale modifica è frutto di un fanatismo ideologico fine a se stesso. Ma il concetto di identità di genere risulta incompatibile anche con la nostra Costituzione, nello specifico con l’articolo 3. Esso afferma “la pari dignità sociale” di tutti i cittadini “senza alcuna distinzione di sesso…”: espressione che, per definizione, non esclude nessuno e che non dovrebbe consentire l’identificazione per legge di un gruppo di cittadini – in questo caso gli omosessuali – distinti dagli altri in virtù di un criterio estremamente soggettivo.

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Un altro aspetto critico del ddl Zan riguarda l’introduzione di donne e disabili tra le categorie meritevoli di una speciale tutela accanto alle persone omosessuali e transessuali. Questo, oltre ad equiparare forzatamente delle condizioni tra loro assai diverse, altro non è che un subdolo espediente per allargare il consenso della legge. Veniamo ora all’articolo 4, quello che presenta le maggiori criticità poiché risulta altamente pericoloso per la libertà d’espressione. Esso fa salve “libera espressione di convincimenti od opinioni” e “condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte” ma include un limite più che ambiguo: “Purché non idonee a de­terminare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”. Un limite alquanto vago, affidato esclusivamente all’interpretazione di ogni singolo giudice. Quindi, in base a quanto disposto dall’articolo sopracitato, pronunciare frasi del tipo “due gay non possono adottare un bambino” oppure fare delle battute – magari anche molto spinte – su persone omosessuali potrebbero divenire atti perseguibili penalmente in quanto ritenuti discriminatori. Ciò comporterebbe una vera è propria compressione della libertà di pensiero, che in democrazia è inaccettabile.

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Altri due articoli da segnalare sono i numeri 5 e 7. Il primo prevede che i reprobi e i condannati potranno decidere – per espiare la pena – di passare del tempo nelle associazioni Lgbt. Una misura inutile che nulla ha a che vedere con la tutela dei diritti degli omosessuali. Con l’articolo 7, invece, verrebbe istituita il 17 maggio la “Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia” con l’organizzazione di cerimonie e incontri e con attività specifiche nelle scuole. Questo farebbe in modo che negli istituti scolastici circoli la malsana idea che a definire una persona non sia il sesso biologico ma l’identità di genere, spianando la strada all’indottrinamento più becero e facendo sì che l’ideologia gender s’intrometta prepotentemente nell’educazione sessuale dei bambini. Senza contare il fatto che sostenere la tesi contraria a quella gender potrebbe essere ritenuto discriminatorio o, addirittura, omofobico. La legge Zan è dunque una norma liberticida – concepita da una sinistra a corto di consensi e che, per questo, ha deciso di “sposare” la causa arcobaleno – che non ambisce a tutelare i diritti degli omosessuali ma che ha come scopo l’indottrinamento gender e la decostruzione della famiglia tradizionale mediante una presuntuosa e fanatica rimodulazione della natura umana e della società.

Domenico Caridi

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