Una “martellata” allo sport e allo spirito olimpico

Ennesimo gesto eclatante della martellista Gwen Berry  contro il razzismo.

Gwen Berry, dopo aver ottenuto la qualificazione nel lancio del martello ai Giochi Olimpici di Tokyo, durante l’inno ha voltato le spalle alla bandiera americana con gli occhi rivolti verso le tribune per manifestare la sua opposizione alla scelta di far risuonare l’inno nazionale durante la celebrazione. Secondo quanto riportato da Espn, la Federazione americana di lancio del martello (Usatf) aveva garantito che Star-Spangled Banner cioè l’inno nazionale degli Stati Uniti, sarebbe stato mandato mentre le sportive si accingevano ad abbandonare lo stadio. Ma così non sarebbe stato. Da qui la reazione della 32enne di St. Louis «Credo proprio fosse tutto organizzato. Mi sembra lo abbiano fatto di proposito e, in tutta onestà, quel gesto mi ha fatto infuriare», ha spiegato Berry alla CNN. «Cercavo di pensare lucidamente alla cosa giusta da fare. Quindi, sono rimasta ferma sul gradino e mi sono semplicemente girata dall’altra parte. Mi sono coperta la testa con la maglietta. È stata una grossa mancanza di rispetto. So che l’hanno fatto intenzionalmente, ma va bene così. Vedremo cosa succederà. Il problema non è l’inno. Non mi ha mai rappresentato e mai lo farà. La mia missione va decisamente oltre sport. Voglio rappresentare tutte le vittime del razzismo. Questa è la cosa più importante. Ecco perché partecipo alle competizioni, perché gareggio».
Non è la prima volta che Gwen Berry si rende protagonista di gesti eclatanti contro il razzismo. Nel 2019, dopo aver alzato il pugno sul podio dei Giochi Panamericani in Perù, ha perso molti dei suoi sponsor.
In una lettera aperta agli atleti, Sarah Hirshland  la Ceo del Comitato Olimpico e Paralimpico Statunitense, ha tenuto a sottolineare che «non saranno assolutamente bandite dimostrazioni rispettose di adesione alla protesta contro razzismo e discriminazione razziale». Il CIO (il Comitato Olimpico) ha, invece, ha stabilito un veto su qualsiasi tipo di protesta, appellandosi alla regola 50, che non autorizza, in nessuna delle sedi, stadi o altre aree olimpiche, «alcun tipo di gesto legato a propaganda politica, religiosa o razziale».

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