IL 22 LUGLIO 2001 CI LASCIAVA IL PRINCIPE DEI GIORNALISTI: INDRO MONTANELLI

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Era il 22 luglio del 2001 quando all’età di 92 anni ci il più grande dei giornalisti del ‘900: Indro Alessandro Raffaello Schizògene Montanelli, nato a Fucecchio (FI) il 22 aprile 1909. Era ricoverato nella clinica “La Madonnina” (lo stesso luogo dove 29 anni prima era scomparsa un’altra figura storica del Corriere, l’amico Dino Buzzati) agli inizi del mese per un’operazione per un tumore all’intestino. Morì a causa di complicazioni seguite a un’infezione delle vie urinarie. Il giorno seguente il direttore del Corriere della SeraFerruccio de Bortoli, pubblicò in prima pagina il necrologio di Montanelli, scritto da lui stesso pochi giorni prima di morire. Il “giornalista” per eccellenza, inviato, colto, acuto, ironico, critico, costruttivo, sanguigno. Lui ha segnato il XX secolo, sebbene ancor adesso molti vorrebbero oscurarne la memoria. Raccontare la sua storia non basta un articolo. Ma per conoscere qualcosa di più di questo grande giornalista potete collegarvi alle ore 19:00 al nostro canale Twitch. Nel 1935 decise di partire e arruolarsi nel XX battaglione eritreo, esperienza raccontata in un diario pubblicato e recensito in Italia da Ugo Ojetti. Dopo aver conseguito due lauree, una in giurisprudenza e l’altra in scienze politiche, emigrò in Francia dove fu assunto da “Paris Soir”, iniziando la sua grande carriera, come reporter. Poi si reca in Spagna per il “Messaggero”, dove, nei suoi resoconti si esprime, come gli detta la sua natura, senza peli sulla lingua anche contro il regime. Un atteggiamento che ovviamente non risultò gradito al regime fascista che ne ordinò il rimpatrio immediato, espellendolo non solo dal partito ma anche dall’albo professionale. Seguendo il broccardo latino – sempre in uso – “promoveatur ut amoveatur”  nell’illusione di ammansirlo, viene mandato per un anno da Bottai a dirigere l’Istituto italiano di cultura in Estonia. Tornato in Italia, gli viene riconsegnata la tessera di giornalista, ma rifiutò di richiedere quella del Partito fascista. È in Germania quando il Terzo Reich avanza verso Danzica e parla con Adolf Hitler in persona. Poi va in Finlandia e Norvegia e le corrispondenze sul conflitto russo-finlandese lo impongono definitivamente come grande inviato. Nel 1944 finisce in prigione a San Vittore con l’accusa di antifascismo e viene condannato a morte dai nazisti, ma scampa miracolosamente alla fucilazione per intervento della madre, che riesce a far intercedere per lui, cardinale Ildefonso Schuster allora arcivescovo di Milano,. La prigionia gli suggerisce uno dei suoi libri più belli, “Il generale Della Rovere”, che Roberto Rossellini trasformerà in un film che riceverà il Leone d’oro a Venezia. Uscito da S. Vittore, si rifugia in Svizzera ma, finita la guerra, torna al «Corriere della Sera» come inviato e la sua carriera fu sempre in crescendo. Nel 1974 lasciò il Corriere per fondare «il Giornale» del quale è stato direttore per vent’anni. Successivamente, con l’entrata in politica di Berlusconi – che del Giornale era diventato editore – lasciò anche questa sua creatura per fondare «La Voce» che ebbe breve vita. Nel 1977 fu “gambizzato” dalle Brigate Rosse. La sua mancanza all’interno della cultura italiana si nota. Amante della verità, Montanelli era, oltre che “un cane sciolto” e anarchico, un personaggio incapace di aderire ai luoghi comuni. Odiato da molti, i suoi articoli e la sue capacità critiche e giornalistiche sono rimasti nella storia del nostro Paese.

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