F2F: una sigla che ci riguarda (a tavola)

“Farm to Fork” è il piano decennale per la transizione ambientale anche in ambito alimentare in corso di discussione nel parlamento europeo

C’è una sigla che negli ultimi mesi ha infiammato il dibattito all’interno delle sedi comunitarie: “F2F“ l’acronimo di Farm to Fork. È il nome dato alla strategia europea volta a rendere sostenibile, dal punto di vista ambientale, la filiera della produzione e del consumo del cibo. Quando si parla di alimenti inevitabilmente si sconfina in altre tematiche visto che le abitudini seguite a tavola sono parte integrante della cultura di un popolo e di un’intera nazione. L’Italia in tal senso è quella che forse ha più da perdere da regolamenti potenzialmente lesivi delle proprie radicate e internazionalmente riconosciute tradizioni culinarie. Al suo interno sono contenuti regolamenti, norme e direttive in grado di incidere sull’intera filiera alimentare del Vecchio Continente con l’obiettivo di portare la popolazione europea a consumare cibi in grado di essere prodotti in modo sostenibile, cioè senza un eccessivo sfruttamento dell’ambiente.  I punti cardini del F2F sono: produzione alimentare sostenibile, sicurezza alimentare, filiera sostenibile, promozione di abitudini alimentari sane, riduzione degli sprechi alimentari, lotta alle frodi alimentari. Per un settore che viene privilegiato, ce n’è un altro invece che rischia di essere pesantemente penalizzato. Qui subentra il discorso relativo all’identità culturale. Il nostro Paese rischia di subire problemi legati soprattutto all’inserimento del cosiddetto Nutriscore, un sistema di etichettatura dei cibi in cui ad ogni colore corrisponde il livello di sostenibilità ambientale di un determinato alimento. Il verde con la lettera A indica che la filiera segue gli obiettivi di sostenibilità ambientale. Poi si va a scalare fino ad arrivare ai colori arancione e rosso, contraddistinti dalle lettere D ed E che indicano prodotti scarsamente sostenibili. Secondo questi parametri a molti prodotti della dieta mediterranea spetterebbe colore arancione e rosso. Tra l’altro ad assegnare un colore a quel determinato alimento sarà un algoritmo che non è provvisto di papille gustative. «Il Nutriscore non fornisce informazioni sulla composizione del cibo ma dà un verdetto generale sul cibo. Né più né meno che un’opinione o un giudizio. Come fonte di informazioni scientifiche, è insufficiente» ha dichiarato su European Scientist  il prof. Philippe Legrande docente di biochimica!  Il Nutriscore escluderebbe dalla dieta alimenti sani come l’olio extravergine di oliva, il Grana Padano, il Parmigiano Reggiano e il prosciutto di Parma che sono eccellenze del made in Italy per favorire cibi spazzatura. In commissione il Nutriscore è stato approvato nella giornata di giovedì. Tra gli italiani ad opporsi sono stati i deputati di Lega e Fratelli d’Italia, mentre Pd e M5S hanno dato il via libera. Il dibattito comunque va avanti e il tema è destinato a rimanere spinoso anche nelle prossime settimane.

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