«Cancel cinema. I film italiani alla prova della neocensura»

Un saggio interessante di Alessandro Chetta, giornalista e video maker, mette sotto la lente d’ingrandimento oltre 200 film sia sul versante cinematografico che su quello della cancel culture e del politicamente corretto

Totò farà la fine di Dumbo? In “TotoTruffa ’62” il comico si travisa con una blackface, con tanto di anello al naso: un chiaro affronto razzista per gli indignati della cosiddetta “cancel culture”. E Alberto Sordi che in «Amore mio, aiutami!» riempie di botte la moglie –Monica Vitti – sulla spiaggia di Sabaudia? Pugni, schiaffi, calci. Nella sequenza successiva con la moglie acciaccata ma docile, un amico chiede al marito: «Incredibile. Ma come ci sei riuscito?». La risposta di Sordi: «Semplice, daje giù botte!». O Giancarlo Giannini – anch’esso su una splendida spiaggia (del Golfo di Orosei) – che nel film «Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto» nei panni del rozzo marinaio siciliano di sinistra Gennarino Carunchio che schiavizza la ricca borghese Raffaella Pavone-Lanzetti, splendidamente interpretata da Mariangela Melato definendola “Bottana industriale”?  Verranno bollati da un “alert” per i contenuti scorretti? Questa nuova morale attenta a processare il passato senza badare al contesto scuote da qualche anno il dibattito americano e inizia ad insinuare il suo verbo anche in Italia. A questo proposito Alessandro Chetta giornalista e videomaker ha scritto un saggio «Cancel cinema. I film italiani alla prova della neocensura» (Aras Edizioni) molto documentato sia sul versante cinematografico sia su quello della storia della cancel culture e del politicamente corretto, sottoponendo ad uno stress test oltre 200 film del periodo d’oro del nostro cinema indagando origini e il perché del politicamente corretto con i rischi connessi. Un tentativo corsaro per anticipare l’ascesa di un fenomeno dai contorni molto ambigui. Gabriele Salvatores, regista premio Oscar, dà un giudizio tranchant «non ho intenzione di girare un film con un “gender manager” sul set per garantire risalto alle interpretazioni femminili». E ce ne sarebbero di cose da dire sui limiti alla libertà creativa, l’operettistico di certi diktat, le implacabili regole antisessismo e antirazzismo che sfogano nel grottesco… Se persino, le fiabe, da Dumbo a Peter Pan o Biancaneve, già edulcorate nella versione Disney, si impigliano nelle maglie del neomoralismo ideologico, cosa potrà accadere in futuro, magari molto vicino, a tanti vecchi scorrettissimi e divertentissimi film? Gli esempi sono tanti: «Il vizietto» (1978); «La patata bollente» (1979); «Le mogli pericolose» oppure «Totò, Peppino e la… malafemmina», del 1956 anno lontano dalle ventate del #MeToo.. «Colazione da Tiffany» avrebbe problemi per scivolate razziste verso gli asiatici?
P.S. Ironia della sorte, la controfigura di Monica Vitti nel film «Amore mio, aiutami!» nella scena del pestaggio era una giovanissima Fiorella Mannoia, oggi testimonial del movimento #NonUnaDiMeno.

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