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3 ottobre 1866: l’Italia perde a Custoza e a Lissa ma vince la guerra

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Nel 1866 Firenze era da pochi mesi diventata la capitale del Regno d’Italia. Ma gli occhi della politica e del popolo erano rivolti al Veneto, che ancora restava sotto l’Austria. L’Italia si preparava alla sua terza guerra d’indipendenza, con la speranza di cancellare le passate umiliazioni e completare un altro passo verso l’unità. Sulla carta i numeri erano favorevoli. Duecentoventimila soldati, agli ordini di La Marmora e di Cialdini, si muovevano contro i settantacinquemila uomini dell’imperatore Francesco Giuseppe, impegnato soprattutto sul fronte prussiano. Ma la guerra non si decide con le cifre. Il 23 giugno, La Marmora, convinto che il nemico si fosse chiuso nelle fortezze del Quadrilatero, condusse l’esercito senza un piano preciso. Invece l’Arciduca Alberto d’Asburgo lo aspettava a Custoza. Lì, il giorno dopo, gli italiani furono colti di sorpresa. Ordini confusi, comandi incerti, uomini lasciati senza guida: la battaglia si trasformò in una disfatta. L’esercito si ritirò in disordine oltre il Mincio, mentre i due generali, invece di reagire, si scambiarono accuse.

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E mentre in Italia si consumava questa sceneggiata, altrove la guerra era già decisa. Il 3 luglio, a Sadowa, i prussiani di von Moltke infliggevano agli austriaci una sconfitta memorabile. L’Italia, ridotta al ruolo di comprimaria, rimaneva aggrappata alla speranza di una vittoria che potesse riscattarla al tavolo della pace. Ma neppure in mare le cose andarono meglio. Eppure lì, per una volta, gli italiani avevano un vantaggio netto: dodici corazzate moderne, contro le sette della flotta austriaca. Il comando era affidato a Carlo Persano, uomo prudente fino alla paralisi. Rimase settimane intere fermo ad Ancona, mentre il ministro della Marina, Agostino Depretis, lo incalzava a colpi di telegrammi. Alla fine dovette recarsi di persona a ordinargli di partire. Le navi salparono, ma senza ordini chiari, e disunite.

Il 20 luglio 1866, presso l’isola di Lissa, la flotta italiana si trovò divisa e disordinata. Von Tegetthoff, il comandante nemico, invece attaccò compatto. Nel giro di un’ora, l’ammiraglia Re d’Italia e la Palestro furono affondate. Persano, incapace di reagire, ordinò la ritirata. L’Austria si prese il mare, e Tegetthoff poteva scrivere ai suoi uomini una frase che sarebbe rimasta famosa: “Uomini di ferro su navi di legno hanno vinto uomini di legno su navi di ferro”. Nonostante due sconfitte brucianti, l’Italia portò a casa il Veneto. Non per merito suo, ma per quello dei prussiani. La pace di Vienna del 3 ottobre 1866, mediata dalla Francia, consegnava la regione al nuovo Regno. Era un passo avanti, ma ottenuto a prezzo di umiliazioni che lasciavano il Paese amareggiato.

E fu allora che, nell’opinione pubblica, tornò a farsi strada la questione di Roma. Per i patrioti, l’Unità non poteva dirsi compiuta senza la Città Eterna. A guidare il nuovo tentativo fu, ancora una volta, Garibaldi. Radunò ottomila volontari e si mosse nell’ottobre 1867, convinto che i romani si sarebbero sollevati al suo arrivo. Ma il Papa chiese aiuto a Napoleone III, e i francesi si affrettarono a mandare truppe in Italia. Intanto le forze pontificie stroncarono sul nascere un piccolo contingente garibaldino a Villa Glori, mentre i volontari tentavano di incitare l’insurrezione. Il 3 novembre, a Mentana, l’esercito garibaldino affrontò le forze francesi appena sbarcate a Civitavecchia.

Non ci fu battaglia, ci fu massacro. I francesi disponevano dei nuovi fucili a retrocarica, che falciavano gli uomini a distanza. Mille garibaldini caddero tra morti e feriti. Garibaldi caricò più volte, gridando ai suoi: “Mi lascerete andar solo?”. Ma nulla poté contro il fuoco nemico. La stampa italiana insorse. Contro il Papa, contro i francesi, contro i governi che non avevano saputo difendere l’onore nazionale. Si scrisse che la storia avrebbe vendicato i duemila di Mentana, caduti contro quello che molti chiamavano “il più tristo dei tiranni: il tiranno sacerdotale”.

Stefano Poma


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