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Francesco Giuseppe: il sovrano che morì con l’Europa

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Il 21 novembre 1916, mentre l’Europa continuava a macinare uomini nelle trincee della Grande Guerra, si spegneva nella sua Vienna l’imperatore austriaco Francesco Giuseppe. Ottantasei anni portati con quella dignità un po’ malinconica degli Asburgo e un regno interminabile, durato sessantanove anni, durante i quali il vecchio sovrano aveva visto crollare ogni certezza del suo mondo, un mondo fatto di pace. Quando dopo il terremoto di Messina del 1908 i suoi generali gli proposero di muovere guerra a un’Italia in ginocchio, lui rispose seccato: “La mia è una politica di pace, ricordatevelo!”. La morte lo colse come un congedo naturale, quasi un atto di pietà della Storia verso un uomo che aveva ormai esaurito la sua funzione. Sul trono salì il giovane Carlo, appena ventinove anni, educato più alla devozione religiosa che alla spregiudicatezza politica. Di lui, a Vienna, molti non conoscevano neppure la voce e nei corridoi del potere circolò subito l’impressione che il nuovo imperatore fosse un’anima sincera, forse troppo sincera per reggere un Impero che si stava sfaldando.


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Carlo, che la guerra la vedeva più come una sciagura divina che come una necessità storica, manifestò immediatamente la volontà di “salvare l’Impero” cercando la pace. Non una pace trionfale, ché non era cosa sua, ma una pace ragionevole, che restituisse ai popoli la vita normale e sottraesse all’Austria-Ungheria il destino di una sconfitta definitiva. L’idea, a Vienna, parve un soffio d’aria fresca; e a Berlino, poi, non dispiacque affatto. I tedeschi, pur avvolti nella retorica delle vittorie future, intuivano che la guerra stava diventando un affare più grande della loro stessa volontà. Una pace separata? Forse. O magari un compromesso che salvasse almeno l’ossatura della Duplice Monarchia e consentisse alla Germania di respirare. Ma nei salotti diplomatici degli Imperi Centrali, come spesso accade, le buone intenzioni del giovane sovrano si infransero contro i calcoli dei generali, i sospetti degli alleati e le imperscrutabili liturgie della diplomazia.

Le potenze dell’Intesa, dal canto loro, non erano disposte a prendere per oro colato i tentativi di apertura viennesi. Quando, all’inizio del 1917, si riunirono a Roma, posero con chiarezza nei loro programmi la liberazione delle nazionalità oppresse dell’Impero: cechi, slovacchi, croati, sloveni, ungheresi. Tutti quei popoli che, per decenni, Francesco Giuseppe aveva tenuto insieme più con l’arte del compromesso che con l’entusiasmo del consenso. Per gli Alleati, l’Impero austroungarico non doveva essere salvato: doveva essere smontato pezzo per pezzo, come un vecchio edificio che intralciava la strada della Storia. Così, mentre Carlo tentava con lettere riservate, intermediari improvvisati e la sua ingenua fede nella pace, di chiudere il più grande massacro che l’Europa avesse mai visto, il mondo attorno a lui si muoveva in direzione opposta. Era il destino degli Asburgo: sentirsi sempre dalla parte della ragione, ma arrivarci quando ormai la ragione non serviva più.

Stefano Poma